Incendio al porto di Ancona, quella nube era tossica: ora c'è un'indagine della Procura

Aperta una indagine dalla Procura che, tramite il procuratore capo Monica Garulli e il pm titolare del fascicolo Irene Adelaide Bilotta, indaga sull’incendio al porto di Ancona

La nube che si solleva dal porto

Era tossica la nube provocata dall’incendio che, nella notte tra martedì e mercoledì, ha distrutto l’area cantieristica del porto di Ancona. Era tossica perché quel fumo, denso e nero più della notte stessa, derivava dalla combustione di una una serie di prodotti, tra cui il poliuretano solido presente nei capannoni e il silicio dei pannelli fotovoltaici. Il primo è usato in diversi campi come isolante termico, mentre il secondo è un componente dei pannelli fotovoltaici presenti sui tetti dei capannoni andati distrutti. Due materiali che, di per sé, non hanno nessuna controindicazione ma che, in un processo di combustione, diventerebbe nocivo per chi lo respira. E questa una delle prime risultanze dell’indagine aperta in queste ore dalla Procura della Repubblica che, tramite il procuratore capo Monica Garulli (foto in basso a sinistra) e il pm titolare del fascicolo Irene Adelaide Bilotta (foto in basso a destra), indaga sull’incendio al porto di Ancona. Per ora non ci sono iscritti nel registro degli indagati ma, come atto pro forma, si ipotizza il reato di incendio. 

Incendio domato e non c'era amianto 

Dunque si indaga, ma si attendono i primi riscontri da parte dei tecnici del corpo dei vigili del fuoco di Ancona, che anche stamattina, sono impegnati nello spegnere i focolai presenti sotto le macerie. L’incendio di fatto è domato, ma durante lo smassamento dei materiali inceneriti, ci sono ancora tracce di fiamme vive, che i pompieri spengono subito. Secondo i primi riscontri degli inquirenti del Noe dei carabinieri, invece non ci sarebbe stata traccia di amianto nei capannoni dell’ex Tubimar perché, negli anni, gli imprenditori locali avevano bonificato tutti i magazzini.

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I pannelli fotovoltaici: «Manutenzione recentissima»

Lo testimonia proprio il fatto che ci fossero pannelli fotovoltaici della ditta Weservice Soc.Coop. di Ancona, il cui amministratore delegato Davide Picciafuoco ha già ieri smentito la possibilità che l’incendio sia potuto scaturire da un malfunzionamento dell’impianto fotovoltaico: «Teniamo a rendere noto come tale ipotesi sia altamente improbabile, se non addirittura impossibile, in considerazione del fatto che l’impianto, di notte, non ha tensioni in copertura, in quanto la corrente continua viene generata solamente nelle ore diurne. Precisiamo anche che la manutenzione recentemente eseguita si è conclusa il 12 settembre. Riguardava i danni determinati da una recente grandinata e che questa notte siamo intervenuti per isolare l’impianto, evitando la generazione di tensione al sorgere del sole».

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Il vertice in Procura 

Infatti ad oggi, sulle cause del disastro non ci sono evidenze e si dovrà aspettare la perizia degli ingegneri dei vigili del fuoco, che potranno cominciare a fare i primi rilievi soltanto quando saranno terminate tutte le operazioni di spegnimento negli oltre 40mila metri quadrati di locali distrutti. Intanto oggi pomeriggio è previsto un vertice alla Procura dorica tra magistratura, polizia giudiziaria e vigili del fuoco proprio per organizzare il lavoro investigativo dei prossimi giorni e rispondere al quesito più importante: che cosa ha generato il maxi rogo al porto di Ancona? 

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