Martedì, 19 Ottobre 2021
Cronaca

Dietro le sbarre, viaggio nel carcere di Ancona

E' arrivata la visita ispettiva di una delegazione di Radicali Italiani insieme a 3 consiglieri comunali anconetani. Noi vi raccontiamo il viaggio attraverso uno dei buchi neri della società: il carcere

I numeri parlano di 180 uomini di Polizia Penitenziaria previsti, che diventano 150 effettivamente assegnati, ridotti poi a 120 agenti dopo 30 distaccamenti in vari uffici giudiziari. Poliziotti a cui da mesi non vengono neppure pagati gli straordinari. Sono queste le condizioni in cui lavorano gli agenti del carcere di Montacuto che gestiscono 266 detenuti (+10 rispetto alla capienza regolare) di cui circa la metà in attesa di giudizio, di cui quasi il 50% di origini extracomunitarie (Marocco, Tunisia, Albania, Pakistan e Nigeria). Sempre di quei 266, 95 sono tossicodipendenti, 20 sotto cura di metadone, 50 affetti da malattie croniche tra cardiopatici e diabetici e 15 infettivi. Dati utili a comprendere un 2017 in cui, rispetto all’anno precedente, gli atti di autolesionismo sono passati da 21 a 35, le aggressioni ai danni degli agenti da 4 a 7 e le violenze tra detenuti da 6 a 13. Insomma troppe proteste, troppi scontri, troppa difficoltà di gestione per un carcere dove formalmente manca un direttore e un Provveditore a livello regionale. Per questo sabato scorso alla casa circondariale del capoluogo è arrivata la visita ispettiva di una delegazione di Radicali Italiani rappresentata da Alexandre Rossi, membro del comitato nazionale, accompagnato dai consiglieri comunali anconetani Federica Fiordelmondo (PD), Michele Fanesi (PD) e Francesco Prosperi (M5S). Sono stati "dietro le sbarre" per vedere con i loro occhi le condizioni di un luogo dove la pena dovrebbe sempre tendere alla rieducazione del condannato. Lo dice chi crede in una giustizia giusta, lo stabilisce l’articolo 27 della Costituzione. 

Celle disumane e difficile convivenza tra cristiani e musulmani: "Ecco la mia vita in carcere"

Non per tutti l’obiettivo è tornare alla società. Per chi come Danny, abruzzese di 35 anni, deve scontare l’ergastolo in una cella della sezione protetta (dedicata ad ex appartenenti a forze dell’ordine o collaboratori di giustizia) il futuro è nella sopravvivenza attraverso il mantenimento di un proprio equilibrio psico-fisico. Affacciandosi alla sua cella Danny è impegnato a leggere un quadernino a quadretti pieno di formule e concetti. Non vuole parlare dei motivi che lo hanno portato alla condanna definitiva, sorride amaro e dice che «è una storia lunga e complicata». Sa di aver sbagliato e di dover pagare, ma non vuole rinunciare a quelle piccole cose che lo fanno star bene: «Mi sono diplomato all’Ipsia e adesso voglio diplomarmi anche in ragioneria - ha detto sventolando in aria il quaderno - Solo che qui non ci sono molti corsi da fare, non c’è neppure un corso di teatro. Nel carcere dove mi trovavo prima riuscivo anche ad esibirmi, mi manca tanto recitare davanti ad un pubblico perché è una passione che ho scoperto qui e quando mi calo nei panni del personaggio, non lo so, mi sento meglio del solito, mi sento bene». Danny non è l’unico detenuto a lamentare la carenza di corsi e attività. Eppure nell’incontro pre-visita con i politici, il direttore pro tempore Maurizio Pennelli e il comandante capo della Polizia Penitenziaria Nicola De Filippis hanno spiegato come ci siano numerose attività a disposizione dei reclusi: dal calcio alla ginnastica, dal laboratorio teatrale al corso di giornalismo, dal corso di chitarra a quello di pasticceria. I più gettonati? Corso per addetto forno, ginnastica con musica e scuola media. Decine gli iscritti anche se poi trovare un lavoro inerente è praticamente impossibile. «Non è facile trovare qualcuno che voglia assumere perché capisco che uno preferisce assumere disoccupati incensurati, ma io quando uscirò tutto quello che avrà nella vita sarà una casa. Come faccio a mantenerla e ad andre avanti senza un lavoro?» chiede socnsolato un detenuto anconetano.

Detenuto si rifiuta di entrare in cella poi la violenza: in ospedale 3 agenti della Penitenziaria

Il giro prosegue dalla sezione protetta alla massima sicurezza. Lì si trovano uomini indagati o imputati di azioni gravissime come quella di Antonio, 26enne calabrese, accusato di associazione per delinquere di stampo mafioso. Secondo la Procura reggina si sarebbe unito all’Ndrangheta per fare soldi con il traffico di stupefacenti. Agli ispettori apre la sua cella dove vernice dai colori sgargianti e carta da parati floreale tentano di celare mura marcite dal tempo e dell’umidità. Sempre meglio di un anno e mezzo fa quando nel carcere c'era un'intera area off limits per lavori di ristrutturazione arrivati dopo anni di disservizi. Vicino al letto di Antonio ci sono diverse foto di una bimba. «Quella è mia figlia - dice lui - io prima avevo una vita normale, vendevo vestiti e avevo un negozio, poi però ho chiuso perché gli affari sono andati male, non sapevamo come tirare avanti io e mia moglie e così….Sono arrivati i poliziotti a casa nostra il 23 maggio scorso, ci hanno arrestato ed ccomi qui». A lui del fatto che in cella non ci sia spazio, che in tv si vedano solo 10 canali e che non ci siano abbastanza corsi volti alla socializzazione interessa poco perché «io non ho bisogno di conoscere gli altri detenuti, la mia vita non è questa, la mia vita è in Calabria con mia moglie e la mia bambina, starò qui il tempo che devo ma voglio rivedere mia figlia e ricominciare da capo. Mi piacerebbe aprire un caseificio, ma nel frattempo non è giusto che una bambina non veda suo padre da 5 mesi». Chi invece si lamenta dello spazio nelle celle è un signore distinto di 60 anni, un boss napoletano che ora sta scontando anni di reclusione per associazione per delinquere di stampo camorristico, ricettazione ed estorsione. Lui, con tanto di carte e documenti alla mano, ricorda come lo spazio minimo legale al netto di letti e mobilio sia 3 metri quadrati. Il punto è che l’Amministrazione Penitenziaria non considera mobilio fisso i cassetti pensili. «Ma come fai a considerare i pensili mobilio non fisso? Sono comunque attaccati al muro e noi non ci muoviamo qui dentro. Vorrei sapere perché il giudice tutelare non ne tiene conto di questo, io pretendo una verifica da parte di un mio tecnico». 

Sovraffollamento, agenti senza stipendio e personale senza incarichi: carcere paralizzato

Alla fine si scende al purgatorio delle sezioni Comuni (il 45% dell'intera popolazione carceraria), composta per lo più da uomini colpiti da misure di custodia cautelare, arrestati da poco e in attesa di giudizio o trasferiti da altri istituti penitenziari. E poi gli stranieri che entrano ed escono dopo pochi giorni con un tasso di ricambio della popolazione detenuta molto intenso. Le celle si aprono e si scoprono simili a scantinati con dentro 5 brande e un tavolo. E, cosa curiosa, ceste piene di frutta, a chili. Il motivo? Lo spiega un agente di polizia penitenziaria quando ammette che è da un po' di tempo che non si effettua una perquisizione, infatti ad oguno viene distribuita una razione gironaliera di frutta che non può essere accumulata. «Con un po' di zucchero e lievito questi sono capaci di farci la grappa». Intanto lungo i corridoi si forma una vera folla di detenuti intorno ai visitatori e agli agenti di penitenziaria in scorta. Ognuno con un disagio e una questione da risolvere. C’è chi aveva chiesto una visita medica che non arriva mai, chi non riesce a spedire dei documenti e chi ha bisogno di aiuto per compilare un Cud, c’è chi si lamenta di trovarsi in cella senza cambio di vestiti dopo il trasferimento dal carcere di Reggio Emilia. «Strano - commenta un agente di Penitenziaria - quando si trasferiscono il grosso viene trasferito in seguito ma loro hanno la facoltà di spostarsi con un grosso sacco dove mettere le cose più utili». I colloqui diventano dei botta e risposta e mentre le celle si svuotano dei detenuti, appare chiara la condizione di sovraffollamento. Rossi prosegue nell’ascolto di quante più persone possibili, tra cui il caso di un 35enne marocchino operato a bacino e femore e che, in toeria, dovrebbe fare una visita ortopedica e sedute di riabilitazione. «Non riesco a fare nulla di tutto questo» dice al radicale mentre questo appunta numeri di telefono e nomi di avvocati. 

Un letto in più nelle celle, esplode la protesta dei detenuti: alta tensione in carcere

Il consigliere Prosperi si è dimostrato interessato alla questione religiosa, soprattutto dopo aver scoperto la presenza di una moschea in cui le funzioni religiose sono svolte da un Imam che si autoelegge tale tra i vari detenuti di fede musulmana. Un problema. A spiegare il perché è stato Abdel, marocchino e compagno di cella di due connazionali e due pachistani che non parlano italiano. Abdel sì ed è lui a dire che «non va bene perché per prima cosa non conosci mai bene quella persona e poi è un detenuto, uno di noi, quindi una persona arrabbiata e con problemi e che non sai mai che cosa ti dice durante il momento della preghiera». Il riferimento è al pericolo radicalizzazione islamica che nel carcere dorico non vede alcuna preoccupazione. Tuttavia a Montacuto si registrano almeno due detenuti osservati speciali. Dopo più di 3 ore si scende nel cortile dove c'è un parco giochi prenotabile da chi ha in mente di passare le sue ore d’aria in compagnia di moglie e figli. Ma in quel momento erano tutti nel campo di calcio. C'è chi vorrebbe fare qualche tiro in porta ma il portiere preferisce restare appoggiato al palo a fumare una sigaretta e così si ripiega su qualche palleggio, ognuno con indosso la maglia da calcio della propria città o della propria nazionale. La visita termina dopo le 13 quando la delegazione lascia il carcere come un ritorno alla vita reale. Tra i tanti commenti resta l’immagine di quei pochi metri quadrati, delle ante del bagno fatte di cartone e quel misto di paura e ansia trasmesso da quei detenuti che, di fronte alla visita dei consiglieri, hanno evitato sguardi e contatti cercando il conforto dell'angolo più buio della propria cella. Sono forse loro i primi da salvare. Quelli che lo Stato dovrebbe tentare di recuperare come persone, come lavoratori, come uomini. 

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