Delitto Sartini, «ha ucciso il 23enne»: chiesta la condanna a 16 anni

La difesa ha paragonato le indagini sul delitto Sartini a quelle di casi come "Amanda Knox e Raffaele Sollecito" per dire come «la mancanza di tracce degli imputati sul luogo del delitto sia un dato sostanziale»

Giancarlo Sartini

E’ accusato di aver ucciso Giancarlo Sartini, il pensionato chiaravallese di 53 anni massacrato a sprangate in casa nella notte tra il 26 e il 27 dicembre. Per il 23enne romeno N. C., il pm Paolo Gubinelli ha chiesto 16 anni di carcere. Il giovane è accusato del reato di omicidio volontario in continuazione con rapina, con la compensazione tra le aggravanti dei futili motivi e della minorata difesa da una parte e le attenuanti generiche dall’altra. Dunque per la Procura di Ancona non ci sono dubbi: non solo il giovane romeno era presente nella casa della vittima la notte della rapina, ma sarebbe stato anche l’esecutore materiale di un omicidio fin troppo facile. Cinque colpi di spranga sulla faccia di un uomo con gravi problemi motori. Una sbarra di metallo, si ipotizza perché non è mai stata ritrovata dagli investigatori. Secondo la pubblica accusa, quella sera N. C. si sarebbe introdotto attraverso la finestra della cucina della casa di Sartini con l’idea di compiere un furto. Tanto che all’uomo è stato portato via un telefono cellulare e una serie di oggetti d’oro: una catenina, un braccialetto e un anello. Poi è successo qualcosa. Forse Sartini ha riconosciuto il ladro che aveva in casa, non avrebbe avuto bisogno di guardarlo in faccia perché poco tempo prima aveva già subito un furto e aveva confidato alla sorella di non fidarsi di quel giovane rumeno che aveva come inquilino. Fatto sta che il killer di Sartini lo ha colpito senza pietà. Almeno 3 i colpi fatali, che hanno lasciato in pensionato riverso nel suo letto, in un lago di sangue.

LA DIFESA. Ma dopo 5 ore di requisitoria, ha parlato la difesa rappresentata dagli avvocati Marina Magistrelli e Simeone Sardella. Riprendendo quanto contenuto in una memoria di 65 pagine prodotta proprio in udienza, la difesa ha puntato su diversi elementi. In primis l’ora del decesso che, secondo il perito Cristian D’Ovidio incaricato dal Gip, è individuabile fra le ore 22:00 del 26 dicembre e le ore 1,30 del 27, con un picco di probabilità fra le ore 23:02 e le ore 23:44. Un orario in cui N. C. sarebbe stato in compagnia, prima di alcuni amici e poi di una prostituta che, sentita dai Carabinieri, ha confermato di aver passato la notte (da mezzanotte alle 3:30 circa) in casa con l’indagato. E prima? Alle ore 22:00 N. C. è arrivato in un bar di Chiaravalle dove ha incontrato alcuni amici con cui ha trascorso la serata, girando con l’auto e bevendo, fino anche ad ubriacarsi. Poi, intorno alle 23:00 sono stati prima a fare benzina ad un distributore di Chiaravalle, con tanto di certificazione riscontrata dai carabinieri, poi sono andati lungo la Adriatica dove hanno caricato la prostituta che avrebbe dato al'indagato l' alibi di ferro. Dunque resta scoperto l’arco temporale compreso tra le 21: 40 (ora in cui la vittima è arrivata a casa) e le ore 22:07 (ora in cui l’indagato ha raggiunto il bar). In quell’occasione avrebbe effettuato due chiamate in Romania, proprio nell’unico arco di tempo in cui avrebbe potuto uccidere. Ma la prova regina, almeno secondo l’accusa, restano le intercettazioni telefoniche. Lì dove il romeno avrebbe paventato l’ipotesi di “far fuori” un amico, diventato “scomodo” dopo esser entrato nella lista dei testimoni ascoltati dagli inquirenti. Frasi che la difesa ha sempre spiegato con il rapporto tra il 23enne e la madre. Il giovane avrebbe finto di essere coinvolto nell’omicidio per mettere alla prova la fiducia della madre. Un bisogno dettato da un rapporto “difficile” come a volte è naturale tra un 20enne bisognoso di certezze e il suo più importante punto di riferimento: la donna che lo ha messo al mondo. Al punto da nascondere di essere stato con una prostituta per la vergogna, nonostante fosse il suo alibi di ferro. Al punto da lasciar intendere di essere un omicida per osservare la reazione dei suoi familiari. 

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IL GIALLO. Una vicenda in cui si intravedono dei coni d’ombra. A partire dalle impronte di sangue ritrovate in tutta la casa dagli investigatori. Impronte di un piede scalzo, forse con un calzino. Un piede piccolo che non può essere quello dell’indagato. Di chi sono quelle orme presenti in tutte le stanze della casa del delitto? Poi c’è la bottiglia di varichina ritrovata a casa dell’indagato, sul cui tappo ci sono tracce proprio della vittima. Per l’accusa, il romeno avrebbe tentato di lavare via le macchie di sangue di Sartini dopo il delitto. Ma i Ris hanno riscontrato come quello non fosse sangue. Di cosa si trattava dunque? Forse una traccia epiteliare. Fatto sta che per la difesa, manca una prova reale. Tanto che durante l’arringa, l’avvocato Marina Magistrelli ha anche paragonato le indagini sul delitto Sartini a quelle di casi come “Amanda Knox e Raffaele Sollecito” per dire come «l’assoluta mancanza di tracce degli imputati sul luogo del delitto o sul corpo della vittima è un dato di indubbia pregnanza».

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