«Io in carcere da disabile, disumanizzato come in un lager: ora sono senza casa e senza cure»

E’ la storia di Mevsudin Junuz, 54 anni di Falconara, che ha voluto incontrare noi di AnconaToday per raccontare la sua esperienza nel carcere di Montacuto e oggi chiede aiuto per una casa e cure mediche

Mevsudin Junuz

Un anno e 8 mesi nel carcere di Montacuto con la parte sinistra del corpo completamente paralizzata, seguito da medici che si rivolgevano a lui con quella diffidenza, neanche troppo celata, di chi ha sempre nutrito il sospetto che quella fosse una messa in scena. Costretto ad avere un “piantone”, così si definiscono i detenuti pagati per occuparsi di altri detenuti in difficoltà, che lo accompagnasse fuori per trascorrere la sua ora d’aria, che lo aiutasse a lavarsi, a mangiare, ad andare in bagno. Un vicino di branda, nulla di più. E anzi, ogni qual volta quell’uomo allungava la mano su di lui per aiutarlo a fare un piccolo ma importante movimento, non faceva altro che ricordagli quanto lui fosse solo in quel purgatorio di anime dimenticate. In lui il senso di abbandono si confondeva con la rabbia quando era costretto a tenere le sue parti intime sporche per ore, anche per giornate intere, in attesa che qualcuno si accorgesse e lo aiutasse a riacquistare una parvenza di dignità strappata. In quel carcere dice di aver perso più della dignità: ha perso un pezzo della sua umanità.

DISABILE E MALATO, DOPO IL CARCERE E' IN MEZZO AD UNA STRADA

E’ la storia di Mevsudin Junuz, il 54enne di Falconara che giovedì scorso è uscito dal carcere ed è rimasto "in mezzo ad una strada". Poi il giro di telefonate che hanno convinto la moglie ad accoglierlo. Oggi ha voluto incontrare noi di AnconaToday per raccontare la sua esperienza da detenuto e lanciare il suo grido di aiuto. Già, perché le difficoltà non sono finite. Ha pagato il suo conto con la giustizia, ma oggi è disperato perché non ha né una casa dove andare, né una struttura che si faccia carico del suo problema fisico. Insieme alla moglie con la quale è sposato da 13 anni, è temporaneamente appoggiato in un appartamento, che però dovrà lasciare a breve. 

La testimonianza di Mevsudin Junuz

«Un giorno ho sentito una forte scossa alla testa, sono svenuto, finito a terra e sono stato ricoverato in Neurologia 10 giorni, poi non ho più mosso la parte sinistra del mio corpo. E’ diventata come morta. I dottori del carcere non mi credevano: per loro ho sempre finto di essere invalido. Ma può un finto invalido fare la vita che facevo io, con il pannolone, con il costante bisogno di qualcuno per andare al bagno, per lavarsi o farsi la barba? Io dico di no. Siccome prendevo già altri farmaci, mi dovevano fare le punture nel braccio sinistro. Io dicevo loro che non sentivo niente, li pregavo di non farmi le punture lì perché non sentivo nulla e avevo paura. Ma loro insistevano, come se nulla fosse: “Tu stai bene, ti devi convincere che stai bene” dicevano. Non valevo più niente, non avevo più dignità. Vivere in carcere così è stato peggio che morire, è stato come vivere in un lager nazista». Junuz, ex pugile di origini montenegrine, fa fatica ad accettare la sua nuova condizione e, alla domanda su come ha vissuto la detenzione in quelle condizioni, risponde con la voce rotta di chi piega anche i nervi pur di trattenere il pianto: «Volevo togliermi la vita, sì, ho pensato seriamente di farla finita. Mi volevo impiccare. Mi ha salvato mia moglie che, al telefono, mi ha detto di non farlo, scongiurandomi di pensare ai nostri figli».

VIDEO - L'ALLARME DELLA PENITENZIARIA: PERICOLO RADICALIZZAZIONE ISLAMICA

Il quadro dopo il fine della pena e la parola agli avvocati 

Junuz ha espresso grande riconoscenza per gli agenti di Polizia Penitenziaria e in particolare il comandante Nicola De Filippis, che lo hanno sempre aiutato, contribuendo a farlo arrivare vivo fino alla fine del tunnel. Fino a giovedì, quando è tornato un uomo libero. Ora però c’è una nuova lotta: quella per il diritto alla casa e alle cure. Già, perché una casa non c’è, visto che quella in cui si trova la sua famiglia dovrà essere presto sgomberata. Sarebbero un diritto, eppure non ci sono nemmeno le cure. Il motivo? Manca una diagnosi, che non è mai arrivata. Dopo tutto quello che ha passato in carcere, l’ex pugile, in Italia dal 1989, si sente di nuovo solo. Questa volta però si sente abbandonato dalla politica e dalle istituzioni. Per fortuna al suo Michele Carluccio e Chiara Carioli-2fianco ci sono l'avvocato Michele Carluccio e Chiara Carioli (foto a sinistra e in basso), che spiegano: «Da maggio hanno scoperto che non possono stare in questa casa e ora sono senza luce e senza gas. Lui aveva informato gli assistenti sociali, gli educatori e tutti i referenti possibili di questa situazione. Il quadro era chiaro: fine pena, condizioni della casa e problematiche fisiche. C’erano tutti gli elementi per far sì che le istituzioni si facessero carico di una condizione al limite dei diritti umani. Nessuno si è mosso in anticipo per trovare una soluzione al momento dell’uscita e lui venerdì non è rimasto in strada, sotto il sole a 40 gradi, solo grazie alla moglie che si è convita ad accoglierlo. Ma quello che andava fatto era trovare una struttura riabilitativa e gli operatori contattati da noi ci hanno sempre detto che non sapevano dove mandarlo. Il punto è questo: manca una struttura sanitaria pubblica che possa farsi carico di una situazione come quella di Mevsudin». Dunque ora Junuz, che da 8 anni è in attesa di un alloggio popolare e ha in corso una richiesta di invalidità civile del 30%, ha due possibilità per vivere: una casa o una struttura sanitaria, anche perché lui necessiterebbe di un percorso fisioterapico. «E’ vero che non c’è una diagnosi, ma i medici hanno sempre parlato prima di un problema solo psicosomatico - ha detto l’avvocato Carioli - poi si è aggiunta anche quella di trauma, però comunque serve una riabilitazione». Ora sembra muoversi qualcosa perché gli assistenti sociali del comune di Falconara si stanno dando molto da fare per recuperare il tempo perso e trovare una soluzione. Intanto Junuz chiede che lo Stato lo aiuti perché vuole raccogliere la sfida di vivere una seconda vita, nella legalità e nella dignità.

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L'appello per una casa e il diritto alle cure

«Io ho sbagliato ed era giusto che io pagassi per quello che avevo fatto ma una persona deve pagare capendo il suo errore, con la possibilità di redimersi, non essere trattato come un cane. Chiedo dignità per tutti i detenuti che soffrono come ho sofferto io e oggi, per me, che sono di nuovo un uomo libero, chiedo al sindaco Signorini un aiuto: vorrei solo una casa e la possibilità di curarmi». 

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