Sopravvissuto al Covid, Stefano Simoncini é a casa: «Vi racconto la mia battaglia di 9 mesi»

Ha lottato per quasi 9 mesi contro il Coronavirus, rischiando la vita in più occasioni e alla fine Stefano Simoncini, ex sindaco di Osimo, è tornato a casa regalando una grande gioia a tutti i suoi cari

Stefano Simoncini - foto dal profilo Facebook di Stefano Simoncini

Sono passati 9 mesi da quando Stefano Simoncini, 54 anni compiuti ad ottobre, ha cominciato ad accusare la prima febbre con quella tosse che non se ne voleva andare. Ha cambiato 7 reparti di 3 ospedali diversi, nei quali è stato anche in coma farmacologico, rischiando la vita almeno 3 volte, affrontando 3 diversi arresti cardiaci. I medici, a marzo scorso, avevano composto il numero di telefono di casa per parlare con i familiari, spiegando loro che era rimasto ben poco da fare perché «il cuore di Stefano non ce la fa più». Ma lui, noto per essere stato sindaco di Osimo, ha messo in pratica un principio fondamentale: “Vietato mollare”. Un mantra, tanto da farne la copertina del suo profilo personale su Facebook, al quale Stefano è stato fedele. Non ha mai mollato e ieri, come un reduce dal fronte, è stato trasportato da un’ambulanza della Croce Rossa di Osimo, è arrivato a casa ed è stato accolto con un tifo da stadio (GUARDA IL VIDEO) da amici e familiari che, in questi mesi, gli sono stati vicino, sperando e pregando che ce la facesse. 

«Immobile e senza acqua, mi sento un sopravvissuto»

«E’ stato molto bello oggi tornare a casa. Lasciare l’ospedale è sempre un piacere, poi ho visto tante persone accogliermi con lo striscione, le trombette. Io ero in ambulanza, non vedevo ma sentivo il rumore. Mi ha fatto molto piacere. - racconta al telefono Stefano Simoncini - Sto abbastanza bene però non sono ancora autonomo, dovrò proseguire la fisioterapia domiciliare e ne avrò per un paio di mesi almeno, prima di riprendere tutte le funzioni motorie». Sta bene l’ex sindaco di Osimo, ora è a casa con la moglie e il figlio e dovrà fare l’ultimo miglio per la ripresa definitiva. Il peggio è alle spalle, ma il passato non si dimentica. «Il risveglio dal coma è stato choccante perché non mi muovevo e non riuscivo ad emettere suoni, quindi è stato veramente un trauma anche perché era nutrito con le sacche, c’erano tutti fili e cavi, avevo gli elettrodi appiccicati addosso. C’erano solo i medici a rassicurarmi che ero vivo e che in pochi mesi sarei tornato a muovermi. E’ stato un periodo molto duro in cui non ho potuto avere l’affetto dei miei cari per mesi. Non ricordo tutto, anche perché il coma mi ha portato via il ricordo di un pezzo di vita da prima del ricovero, ma ricordo la primavera, il caldo infernale che entrava dalla finestra aperta, nessuno mi dava da bere e se me lo davano era con un gel che sostituiva l’acqua ma non mi dissetava. Sì, mi sento un sopravvissuto, anche perché nei mesi in cui sono stato in Rianimazione ho avuto 3 arresti cardiaci. Io sono molto devoto e credo che in quei casi San Giuseppe da Copertino e mio padre, che non c’è più, mi abbiano riportato nel mondo dei vivi». E a chi minimizza o nega, Simoncini dice: «Il Covid è una brutta bestia che si insinua nelle malattie già in corso e le amplifica alla grande, diventando pericolosissimo e chi lo nega è da isolare». 

L’inizio del calvario e la testimonianza della sorella

Era fine febbraio quando Stefano Simoncini si era rivolto all’ospedale di Osimo per una febbre e tosse che lo accompagnavano da giorni. Ma lì ancora la malattia non si era palesata, cosa che invece ha fatto giorni dopo a Torrette, dove una lastra ha evidenziato una polmonite interstiziale da Coronovirus. «Ero lì che lo accudivo giorno e notte perché lui era debolissimo, - racconta la sorella Silvia - e aveva questa febbre che si abbassava con la Tachipirina endovena, ma era un continuo perché nel giro di breve la febbre risaliva a 40. Io stavo vicino a lui con mascherina e guanti e, non ho mai capito come sia stato possibile, ma io non ho mai contratto i virus». Poi è arrivato l’esito del tampone per Stefano: positivo. Trasferito a Malattie Infettive i primi di marzo, dove è rimasto pochi giorni prima che fosse spostato in Terapia Intensiva. 

La Rianimazione, il coma e la morte sfiorata 

In coma farmacologico, intubato, con un rene bloccato e messo in dialisi, Stefano Simoncini ha davvero lottato per la vita perché il Virus maligno non solo aveva attaccato il suo organismo, ma aveva anche arso il fuoco nei suoi punti più deboli. Ha superato anche 3 arresti cardiaci. «Quello è stato il momento peggiore perché quando, per 2 volte, i medici ti chiamano dicendoti che c’è era rimasto poco da fare, tu ti prepari al peggio - continua Silvia - E’ tremendo per un familiare perché lui è isolato e non puoi fare nulla per aiutarlo, è una botta psicologica fortissima. Vivi col terrore che da un momento all’altro ti possano dire che quel tuo familiare non lo vedrai più. Però la sua forza e il suo coraggio lo hanno riportato a casa. Lui ha avuto sempre una tenacia e una grinta incredibile, non si è mai dato per vinto, ha combattuto e continua a farlo anche ora perché non è finita. Ma almeno ci siamo rivisti finalmente».

Il risveglio e la luce in fondo al tunnel 

Dopo il risveglio dal coma, è cominciata quasi una nuova vita per lui che, all’inizio, aveva ogni singolo muscolo atrofizzato dai mesi di immobilismo. Come un bambino, ha dovuto ricominciare a camminare, mangiare da solo, parlare. L’infaticabile impegno dei medici e infermieri del reparto di Anestesia dell’ospedale di Torrette lo hanno aiutato a tornare alla vita. Poi, dopo il tampone negativo, è passato all’Utic (Unità di terapia intensiva cardiologica). Lì le cose sono cominciate a migliorare, anche grazie all’aiuto dei familiari, che hanno potuto ricominciare a vederlo tramite videochiamate con i cellulari o i tablet del personale medico. Alla fine a luglio, l’ultimo passaggio all’Istituto di riabilitazione Santo Stefano di Porto Potenza Picena, dove l’ex sindaco osimano ha affrontato la vera riabilitazione. Poi oggi il ritorno a casa dell'ex sindaco, che ha commosso, in primis la sorella Silvia:

«La speranza no, non l'ho mai persa, ma c'è stato quel momento in cui credevo che non l'avrei mai più rivisto, che l'avrei rivisto in un'altra vita insieme a mio padre e invece oggi è tornato da noi». 

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