La dottoressa in trincea: «Servono screening di massa e tamponi agli operatori asintomatici»

Intervista a Rossana Berardi, vicepresidente di W4O e direttrice della clinica oncologica di Torrette: «Porto avanti una battaglia per avere più test a tappeto»

La dottoressa Rossana Berardi a sinistra

In un Paese travolto dallo tsunami Covid-19, c’è una schiera di donne e uomini in trincea: medici e operatori sanitari che, da Nord a Sud, stanno lavorando senza sosta. Creare diversi team di lavoro nei reparti isolabili in caso di singole positività, eseguire tamponi a tappeto o ricorrere ad analisi sierologiche come screening di massa molto più rapidi e meno costosi, sono alcune delle possibilità di cui ha parlato, intervistata dall'agenzia Dire, Rossana Berardi, vicepresidente di W4O, direttrice della Clinica Oncologica Ospedali Riuniti di Ancona e docente ordinaria di oncologia presso l'Università Politecnica delle Marche. 

Molti gli operatori sanitari, tante anche le donne, in prima linea che sono risultati positivi al Covid-19. Quali sono le ricadute personali penso alla catena del contagio in famiglia e in generale nell'assistenza ai cittadini?

«Il tema dell'ambito familiare dei medici e degli operatori sanitari costituisce un grosso problema sia quando si accerta un contagio, una positività al Covid-19, sia nel contesto più ampio degli operatori sanitari esposti ogni giorno alla possibilità di contagiarsi. Quello che stiamo cercando di fare, lanciando anche un sondaggio come W4O, è capire come la pandemia stia impattando sulla vita delle persone. Chiaramente chi è positivo deve stare in isolamento perché le norme ci impongono l'isolamento e il monitoraggio dei sintomi in caso di un positivo asintomatico. Ad oggi il test è fornito a chi ha sintomatologia, alcune regioni e istituzioni stanno facendo il test estendendolo ai contatti di persone risultate positive al Covid-19. E in pochi casi illuminati si effettuano i test anche agli asintomatici. Nell'ambito familiare è evidente che il positivo e l'asintomatico rappresentino un rischio per tutta la famiglia. E' un problema di vero e proprio ordine sociale, ancor più per chi ha bambini e anziani in casa. E' chiaro che le misure di isolamento, per coloro che non dispongono di abitazioni grandi con bagni separati, non sono semplici in caso che uno dei membri della famiglia sia positivo. Lo so per certo poiché dirigendo una clinica oncologica composta da 50 medici che vivono in appartamenti con i bambini piccoli, alcuni già risultati positivi, percepisco il forte timore proprio di tornare dal lavoro e contagiarli. Sarebbe estremamente utile, quindi, poter disporre di aree nello stesso ospedale o di strutture come alberghi adiacenti al lavoro per permettere alle persone di continuare a lavorare in sicurezza. Io stessa mi sono allontanata da casa in questo periodo, per tutelare mio figlio, avendo la possibilità di farlo. Per chi non può sarebbe importante, in alternativa, ottenere un aiuto economico per affitti temporanei e lavorare in tranquillità lontano dalla famiglia. Inoltre, come professionisti dovremmo avere garantiti i dispositivi come i tamponi, i DPI, a tutela degli operatori e dei pazienti. Se poi passiamo ad discorso più strettamente lavorativo, stare sul campo ogni giorno equivale per noi ad un nuovo rischio. Ciò vuol dire che se io faccio il tampone oggi non è detto che tra due giorni questo risultato non sia cambiato. Questo moltiplicato per tutti gli operatori. Io ho istruito i “miei” in ospedale a pensare come se in ogni momento ognuno di noi possa essere positivo. Sto inoltre facendo, come direttore, una battaglia per avere più test a tappeto per gli operatori asintomatici. Un solo test riproduce una fotografia parziale, ma non risolve problema a medio-lungo termine. Se noi tracciamo gli asintomatici, ma positivi al Covid-19, li possiamo isolare, evitando così che esploda il focolaio, ma anzi lo conteniamo. Sarebbe utile valutare anche dopo quanto tempo un operatore positivo asintomatico può tornare a lavorare nei reparti di Covid positivi. E' evidente che c’è il timore che testare gli operatori sanitari asintomatici possa mettere a rischio il sistema perché poi, in caso di positività, si rende necessaria la quarantena, ma il fatto di non testare mette ancora più a rischio la catena di aiuto di cui l'operatore sanitario è l'anello fondamentale. Si creano facilmente focolai che si propagano. I pazienti si muovono e gli operatori si muovono tra reparti e dunque non testare per non sapere non aiuta. Testare invece gli asintomatici e farlo a “bolle”, reparto per reparto, e via via estendere a tappeto, ma con una certa programmazione, partendo dalle priorità dei reparti più a rischio, ci aiuterebbe a spegnere tutte le situazioni di rischio eventuale focolai e non farne nascere di nuovi. La tutela dell'operatore serve per l'individuo, ma anche per non far spezzare la catena dell'assistenza dei pazienti, tanto più in strutture come la mia che prendono in carico pazienti fragili con tumore. Le malattie, infatti, vanno avanti comunque, anche nel periodo di Covid. C’è da considerare nello specifico che non essendo, nel caso dell'oncologia, una struttura Covid, i DPI che utilizziamo sono diversi da quelli che si utilizzano nei reparti Covid, ma nessuno può assicurarci che un tal paziente non sia stato colpito dal virus». 

Cosa pensa di chi ha il sospetto di essere positivo, ma è in quarantena domiciliare? Dopo i fatidici 14 giorni come si può essere sicuri di uscire e non essere un untore? 

«C’è un sommerso enorme anche nei territori perché i tamponi non vengono fatti a tappeto, ma solo in presenza di una sintomatologia importante. La fotografia è parziale e non rappresentativa della realtà. Noi sappiamo di dover rispettare la quarantena di almeno 14 giorni, ma è difficile capire a quando risale l'incubazione nei pazienti che sono paucisintomatici. Non solo capire se sono stati realmente contagiati, ma anche se si sono poi negativizzati. Quindi si parla in termini di presunzione e non di certezza. Se si potesse fare screening a tappeto nella popolazione si potrebbero isolare più efficacemente i positivi e tracciare i contatti. Sicuramente il tampone ad oggi è il test più complesso e attendibile da effettuare, ma esistono anche i test sierologici IGM e IGG che ci permettono, su sangue, di sapere se c’è una positività o meno. Gli esperti ci dicono che non sono test attendibili al 100%, tuttavia per screening di massa ripetuti potrebbero essere utili. E' una possibilità che si sta valutando per avere soluzioni alternative più percorribili su ampia scala, analogamente a quanto fatto nei Paesi orientali che hanno gestito prima di noi la pandemia, che sicuramente sono un passo in più rispetto a quello che si sta facendo oggi».

Circolano immagini di medici costretti a non mangiare né bere perché non sono in grado di sostituire l'unica mascherina giornaliera a disposizione. Cosa si può fare? 

«Sicuramente servono maggiori presidi di protezione individuale, ma occorrono a mio avviso altre azioni importanti. Una prima prende spunto dall'esperienza e dalle buone pratiche messe in atto da Paesi che hanno fronteggiato per primi l'epidemia: penso a Singapore e alla Corea, che sono riuscite ad evitare il formarsi di grossi focolai pur essendo vicini alla Cina e in concomitanza del capodanno cinese che ha incrementato sicuramente la mobilità delle persone. Queste nazioni, grazie agli screening a tappeto che hanno adottato, alle misure di restrizione, all'uso dei DPI e soprattutto all'organizzazione delle squadre dei medici, sono uscite dall'emergenza. Oggi da noi siamo organizzati diversamente. Come W4O abbiamo il polso di ciò che accade sul territorio nazionale e osserviamo che il personale, che spesso include giovani specializzandi e anche medici in pensione, spesso non è organizzato in team separati. I team, tanto all'interno delle strutture Covid che non-Covid devono essere separati. Cioè squadre di personale sanitario che interagiscono solo tra di loro e certi pazienti, analogamente al modello orientale. Perché se si propaga il contagio in un determinato team, quello potrebbe andare in isolamento e in tal caso verrebbe sostituito da un altro. Separare le squadre di lavoro ci consente, anche qualora alcune dovessero essere isolate, di avere sempre personale pronto per lavorare. Nel mio reparto lo sto facendo. In questo periodo c’è grande generosità di imprenditori e cittadini, che corrisponde alla disponibilità di fondi, ma il problema vero è che ciononostante non si riesce a far arrivare questi dispositivi nelle strutture che ne hanno bisogno. Gli ordini non vengono evasi tempestivamente e se si comprano all'estero i DPI spesso vengono fermati alla frontiera. Oppure in Italia si distribuiscono a chi ne ha più necessità. Un'altra azione importante consiste nel riconvertire le aziende anche locali e metterle a produrre mascherine, camici, calzari e altri dispositivi di prevenzione norme permettendo. Bisogna davvero mettere in grado l'Italia di essere autosufficiente anche negli approvvigionamenti. Ad oggi ci sono medici che sono sottoposti a turni di 12 ore per ridurre il consumo di DPI. Ma turni del genere con quel tipo di dispositivi che segnano il viso e il corpo sono massacranti. E’ già più di un mese e mezzo che i medici e gli operatori sanitari lavorano a questo ritmo che non si può reggere per sempre e non si vede ancora una risoluzione immediata al contagio». 

Visto che 'W4O' raccoglie e coinvolge le donne mediche in oncologia. In questo periodo di emergenza cosa vorrebbe consigliare ai malati oncologici, oltre le misure ministeriali?

«Noi oncologi abbiamo stravolto la nostra organizzazione da tempo e abbiamo cercato di differire i follow up, ossia le visite di controllo nei pazienti operati che devono venire al controllo ogni tre o sei mesi. Tutte queste prestazioni sono state tutte spostate a meno che non ci siano necessità cliniche urgenti. Anche gli esami strumentali importanti per le visite oggi in periodo di Covid sono stati ridotti per far fronte all'emergenza e alle polmoniti da Covid-19. Nella mia struttura abbiamo organizzato dei triage telefonici, tutti i pazienti vengono contattati telefonicamente e tutto ciò che è gestibile a distanza lo facciamo. Ad esempio le terapie oncologiche con i farmaci biologici orali sono gestiti principalmente a domicilio, accertiamo lo stato di salute e inviamo le terapie. Inoltre abbiamo cercato di far in modo che i pazienti vengano il meno possibile in ospedale. Chiaramente sono attivi i ricoveri per coloro che purtroppo lo necessitano. Al momento dell'ospedalizzazione programmata per necessità cliniche o per la terapia, cerchiamo di fare al paziente il tampone. Altro discorso per i pazienti che accedono in day hospital e che devono fare chemio, immunoterapia o farmaci biologici per i quali non c’è possibilità al momento di effettuare il tampone, anche per il tempo della risposta dello stesso. Per cui in questi pazienti effettuiamo un triage telefonico il giorno prima per confermare l'appuntamento ed eseguiamo anche prima dell'accesso al reparto un triage per capire se hanno sintomi o avuto contatto con positivi. Laddove non ci sono problemi mettiamo presidi, quali le mascherine ai sanitari e ai pazienti. Tra oncologi stiamo condividendo delle buone pratiche. Inoltre in questo periodo di picco massimo il paziente fragile deve rimanere a casa, e a domicilio la cautela deve essere maggiore. Se si vive in nucleo familiare consiglio sempre di stare ad un metro di distanza, che è oggi un gesto d'amore, di usare asciugamani individuali, bagni separati se possibile. Il paziente oncologico deve prestare bene attenzione ai sintomi anche perché per questo tipo di soggetti non è sempre facile fare una diagnosi differenziale tra i diversi sintomi». 

E che dire dell'igiene degli ambienti ospedalieri? 

«Io sto riflettendo molto sull'ambiente ospedaliero, nelle terapie intensive e sub intensive le camere sono a pressione negativa. Bisognerebbe capire, a mio avviso se cambiando la pressione e cioè mettere degli estrattori potrebbe essere utile. Nel mio piccolo sono convinta che questa possa essere un'arma in più. Perché se il contagio avvenisse solo droplets, con le misure di il distanziamento di un metro, guanti, igiene degli indumenti a casa delle mani, degli ambienti, più l'uso di mascherine, dovrebbe arrestarsi il propagarsi del virus. Certezze non ci sono, anche il massimo  esperto di infettologia non può sapere tutto di questo virus. Come W4O siamo in connessione con medici di tutto il mondo e per la ricerca. Da qui è nata l'esigenza di studiare di più il ruolo che l'ambiente ospedaliero svolge in questa pandemia, soprattutto dove ci sono pazienti fragili. Di conseguenza ho fatto sanificare il mio reparto più volte. Non diamo per scontato nulla in questa partita contro il Coronavirus: documentiamoci». 

E l'Europa secondo lei cosa ha fatto quando il virus ha travolto l'Italia? 

«Non c’è stato modello unico di riferimento. In realtà, molti hanno pensato a qualcosa di lontano, che non potesse colpirli mentre  il virus è più veloce di noi e ci ha dimostrato che alla fine siamo tutti uguali e tutti sotto lo stesso cielo. Per combattere una malattia che dilaga e che non si vede bisognerebbe essere uniti. Avere pratiche comuni farebbe bene a tutti. Anche dei protocolli e misure comuni sul territorio nazionale all'inizio di questa storia sono mancate poiché all'inizio sono arrivati in maniera lenta per poi deflagrare. Il sud ora sta vivendo l'effetto tsunami che il Nord ha vissuto per primo. Non bisogna perdere di vista noi operatori che continuiamo ad ammalarci, rischiamo la vita e siamo sottoposti a turni massacranti. La beffa è che non viene riconosciuto neanche un incentivo economico o un’indennità per chi svolge un lavoro ad alto rischio come questo». 

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