Porto, caporalato nei cantieri navali: operai pagavano il pizzo al "boss" per lavorare

L’obiettivo di queste società era entrare nel mercato della grande cantieristica navale italiana e infatti vincevano i bandi proponendo prezzi bassissimi, anche fuori mercato

Foto di repertorio

Fatture inesistenti, crediti fittizi e lavoratori come schiavi. Così, ai danni dello Stato italiano, facevano affari 16 società della cantieristica navale, con 416 operai (di cui 146 impiegati ad Ancona) in forze nei cantieri di 6 diverse regioni d’Italia: dal Veneto alla Puglia, dal Friuli Venezia Giulia alla Campania e Basilicata. Dopo oltre un anno di indagine denominata “Global Pay”, il nucleo di polizia economico finanziaria della guardia di finanza di Procuratore capo Irene BilottaAncona, coordinata dal pm titolare dell’indagine Irene Adelaide Bilotta (foto a sinistra) e dal procuratore capo di Ancona Monica Garulli, ha ripercorso la lunga trafila del caporalato all’interno del porto di Ancona e di altri scali d’Italia, denunciando quelle società che operavano per un grande stabilimento del porto di Ancona, che è risultato estraneo ai fatti. Le aziende al centro della bufera invece hanno sedi legali in vari parti d'Italia, tra cui Matera, Napoli e Caserta, oltre che l'anconetano. 

Il pizzo per il boss e la busta con 40mila euro

L’obiettivo di queste società, gestite da italiani e bengalesi, era entrare nel mercato degli appalti e subappalti della grande cantieristica navale italiana e infatti vincevano i bandi proponendo prezzi bassissimi, anche fuori mercato. Troppo facile far fuori le aziende in regola per chi era pronto ad abbattere il costo del lavoro, tra le varie, obbligando gli operai a restituire una parte della loro busta paga. Un vero e proprio “pizzo” per avere un lavoro. Tanto che, in occasione di una perquisizione a casa di un presunto caporale bengalese, sono stati trovati e sequestrati 40mila euro in contanti, contenuti in buste di plastica con su scritto “Da parte del lavoratore per il boss”. Tutti soldi che poi, secondo l’indagine della magistratura, andavano in Bangladesh con un servizio di money transfert. 

Vita nel degrado e lavoro di notte 

Le società che si accaparravano gli appalti dei cantieri, dunque lavoravano con operai sottopagati, costretti ad accettare la così detta paga globale, cioè la paga oraria imposta dal datore di lavoro, fuori dal contratto nazionale dei lavoratori e senza ferie, malattia, tredicesima, Tfr. Nulla. Lavoravano anche di notte senza alcuna indennità. In particolare, le fiamme gialle, tramite intercettazioni telefoniche e testimonianze, hanno scoperto una società di Taranto che, per 4 anni, ha impiegato operai di notte per la molatura degli scafi delle grandi navi senza dare loro 1 euro in più rispetto alla già misera paga, risparmiando 160mila euro. E poi zero visite mediche. Alcuni lavoratori erano anche costretti anche a vivere in condizioni di degrado, stipati in stanze lugubri, accettando quello svilimento umano e professionale per avere un contratto di lavoro e sognare un permesso di soggiorno in Italia.

Il gioco delle 3 carte con le fatture false

Le società non facevano utili solo derubando i propri lavoratori perché il grosso del guadagno era dato dall’accordo con società terze che fornivano manodopera e know how specialistico. In sostanza, se c’era da fare un lavoro particolare nel cantiere, la società appaltante chiedeva servizi ad un’altra agenzia che, in accordo con la prima e alle spalle della proprietà del cantiere, emetteva fatture gonfiate, ricevendo così il pagamento per lavori che effettivamente avvenivano, ma senza il reale intervento delle agenzie o senza che il costo fosse effettivamente così alto. In questo modo si creava un margine di “profitto” con cui si eliminava il pagamento delle tasse. Gli inquirenti hanno conteggiato 3,3 milioni di euro pagati con 15 milioni di soldi ottenuti illecitamente con agenzie che, in alcuni casi, non esistevano neppure e avevano come rappresentante legale dei prestanome i quali, una volta fatte le ricerche, i finanzieri hanno scoperto corrispondere anche a degli operai bengalesi del tutto ignari. 

Più bassa la busta paga, meno tasse si pagano 

Un altro modo percorso dalle società era quello di inquadrare i lavoratori sempre a ribasso rispetto il contratto che avrebbero dovuto avere. Producevano lettere di contestazione per assenza ingiustificate mai avvenute o venivano fatti dei rimborsi per trasferte mai avvenute sulle quali non ci si dovevano pagare le tasse. E così le aziende avrebbero sottratto allo Stato altri 390mila euro. 

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Indagati e sequestri

Alla fine sono stati sequestrati conti correnti per 350mila euro e iscritte nel registro degli indagati 19 persone legate alle 16 società. Nell’impianto accusatorio, ripercorso nella maxi inchiesta che si snoda in 4 diversi fascicoli di indagine, i caporali dovranno rispondere di diversi reati: sfruttamento del lavoro, truffa aggravata ai danni dell’Inps, frode fiscale mediante fatture false, omessi versamenti e omessa vigilanza sanitaria dei dipendenti. 

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