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Due uomini dormono in un angolo della sala

Due uomini dormono in un angolo della sala

La sala d'attesa della stazione diventa rifugio dal gelo, una notte con i poveri che vivono in strada

Il Comune ha accolto nel giro di appena 24 ore la richiesta dell’associazione “Servizio di Strada Onlus”, da sempre impegnata nell’assistenza a chi vive in strada

Nel luogo dove, ogni giorno, il romanticismo di chi si lascia o si ritrova si mescola con l’asetticità di migliaia delle persone concentrate in uno spazio senza mai incontrarsi. Nella stazione ferroviaria, quella di Ancona, dove i viaggiatori fanno su e giù per l’Italia, trovano conforto uomini e donne in viaggio da una vita. Sono i poveri che vivono in strada: chi, per scelta o sventura, vive la precarietà di una esistenza ai margini della collettività. Homeless come vengono definiti dai sociologi moderni. Di fatto rappresentano lo scalino più basso, scomparso nel buio di una società poco incline ad integrare e anzi protesa ad allontanare, a tagliare via come si fa con un’appendice infiammata. Sarà per questo che ieri sera il dipendente di un’attività commerciale ha irrotto nella sala d’aspetto, lì dove una decina di senzatetto avevano trovato riparo dalla notte gelida di un’Ancona colpita dalla neve: «Voi qui non ci dovete stare. Fuori tutti» ha tuonato. In altre occasioni avrebbe avuto la ragione: la sala d'aspetto dopo le 23 chiude anche ai passeggeri, come i bagni chiudono dopo le 21 e costano 1 euro, troppo per i poveri da tenere alla larga. Ma questa volta no perché il Comune di Ancona, di concerto con Ferrovie dello Stato e Polizia, ha approvato nel giro di appena 24 ore la richiesta dell’associazione “Servizio di Strada Onlus”, da sempre impegnata nell’assistenza a chi vive in strada. Sono loro ad aver chiesto alle istituzioni di trovare un luogo aperto dove i clochard anconetani potessero trascorrere al caldo, se così si può dire, le ore di queste notti (fino alle 5) in cui la neve cade fitta e il termometro crolla sotto lo zero.

Ieri sera intorno alle 20 c’eravamo anche noi di AnconaToday. Ci sono già alcune persone in cerca di qualcosa da mangiare e bere. Se ne occupa Remo Baldoni, presidente del “Servizio di Strada Onlus” insieme a Samir Al Atrash, entrambi arrivati con scorte di coperte, termos con tè caldo, frutta, panettoni e biscotti. Tutto fornito dalla Mensa di Padre Guido gestita da Suor Pia. «Dobbiamo dire grazie all’assessore ai Servizi Sociali Emma Capogrossi e alla dirigente Maria Rita Venturini per aver immediatamente accolto la nostra richiesta di aiuto per i poveri - spiega Baldoni - Nel giro di 24 ore hanno preso accordi con Prefettura e Polizia per aprire questa sala. Abbiamo iniziato venerdì e staremo qui fino a mercoledì notte. Poi vediamo perché noi abbiamo sempre spinto per far valere le esigenze dei poveri, anche perché le alternative sono i vagoni in sosta, le case abbandonate e la strada». 

La notte in stazione e le storie

Dalla strada viene Aurelio (nome di fantasia), 50 anni di origini campane. Dopo averci chiesto conferma del fatto che non fossimo della Polizia, chiede che cosa avesse fatto il suo Napoli. Lo abbiamo informato che stava vincendo con ampio margine contro il Cagliari. «Quest’anno vinciamo lo scudetto!» ha esultato. Si vanta delle sue origini partenopee Aurelio. Di quella terra che, ci racconta, ha lasciato più di 13 anni fa per venire ad Ancona e lavorare come operaio alla Fincantieri. Poi 3 anni fa ha perso il lavoro e, dopo la cassaintegrazione, è finito in strada. Ma lui non vuole essere considerato un “senzatetto”, un "barbone". Indica 2 romeni che dormono per terra in un angolo della sala d’aspetto, tra giornali e coperte, prima di spiegare: «Io non ci voglio stare così, non sono come loro, io mi arrangio, ho qualche soldo da parte, me la cavo, ogni tanto sto in strada ma per la maggior parte dormo in albergo». Albergo? «Sì, una pensione che mi chiede 12, 13 euro a notte. Piuttosto vado a rubare». Per Aurelio è una questione di dignità: non vuole la carità, non va a mangiare nelle mense dedicate ai poveri. «Sto qui con voi, mi fa piacere la vostra compagnia, ma io non voglio starmene così. Non mi va». Insieme a lui ci viene incontro anche Maria Elena, italiana sui 70 anni, dal viso rugoso e lo sguardo vigile, vestita con pantaloni e cuffie leopardate. «Oh io ho fatto il Malato Immaginario con Alberto Sordi» ci dice subito. No, non è il frutto di una mente malata.  Ce lo confermano anche i volontari: Maria Elena è stata un’attrice di fama prima di cadere in disgrazia. Lei una casa ce l’avrebbe pure, ma la sua vita è stata la strada e la sente ancora come qualcosa di suo. Se ne va quando sono circa le 21, dopo aver lasciato a Remo uno scritto per il giornale dell’associazione di strada “Voci della Città”.  Nella notte della stazione anconetana, i volontari impegnati a vigilare il terminal dedicato ai poveri si danno il cambio. E alcuni si prodigano anche per rintracciare quelle persone rimaste al feddo dell'asfalto. Provano a parlarci, mostrando loro la possibilità di ripararsi nella sala d’attesa, ma il compito è arduo. Di persone rannicchiate sotto montagne di coperte e pezzi di cartoni, in qualche angolo di piazza Rosselli ce ne stanno, ma sono diffidenti, hanno paura di uscire allo scoperto da quell’angolo urbano percepito come zona di confort. Tra loro ci sono i più irriducibili. Non vogliono la carità, non vogliono la pietà calata dall’alto di chi tende una mano, magari solo per soddisfare il proprio ego, non fanno compromessi. Vorrebbero la dignità del tempo in cui erano utili alla società, nobilitati da agi guadagnati e non ricevuti per grazia. Tra loro c’è Stefano, che dorme sempre ai piedi del portone del palazzo sede della Rete ferroviaria italiana, a poche decine di metri dalla stazione. Fuori sono diversi gradi sotto lo zero, ma non ne vuole sapere di spostarsi.

Parla il volontario

Per fortuna non è sempre così. A volte gli sforzi vengono ripagati. Come domenica sera quando uno dei volontari si è imbattuto in una ragazza seduta a terra nella zona Ovest della stazione. Era in lacrime. Non diceva una parola mentre il volontario cercava delicatamente di indicarle la sala d’aspetto, lui ci è tornato più volte a vedere come stesse quella donna che, poi intorno alle 3,30, si è affacciata alla porta, è entrata e con sguardo timoroso si è sistemata su una seggiola per poi ritornare tra gli invisibili alle prime luci dell’alba. Si è fidata della mano tesa di quell'uomo. Lui è Pierfrancesco Curzi, di professione giornalista per il Resto del Carlino e gli Esteri del Fatto Quotidiano, che dopo una giornata di redazione è venuto qui per dare una mano. «Questa per me è la terza notte, domani dovrebbe essere l'ultima e mi spiace perché questa umanità mi ha insegnato molto. Ho capito che nonostante la durezza delle loro condizioni e i loro vissuti, questa esperienza è davvero l’unica cosa che per me conta, il resto non conta nulla. Conta la vulnerabilità delle persone, conta quello che vedo, che in piccolo è un po' come quando vado in giro per il mondo per i reportage dall’estero. Contano le persone che incontro, le loro storie e il fatto che sulla strada siamo davvero tutti uguali. E se a volte ci esponiamo a minacce e reazioni violente, sento di contribuire a qualcosa di unico. Se non lo facciamo noi, a questi non ci pensa davvero nessuno». Tra le persone seguite dal “Servizio di Strada Onlus” ci sono storie come quella di Vladimir, è senza documenti ma è della Russia, sui 30 anni, sfuggente e silenzioso. C’è un marocchino tifossissimo della Juventus, sempre allegro e dallo humor pungente.

Verso il giorno dopo

Ormai è notte fonda e mentre qualcuno se ne va, altri arrivano. C'è chi non ha trovato una branda libera al "Tetto per tutti", dove i posti letto sono stati raddoppiati (da 20 a 40). Ci sono passeggeri che approfittano di una sala d’attesa straordinariamente aperta. Le vite si incrociano come si incontrano diversi caratteri, diversi passati, diverse sensibilità e varie umanità. Saranno state le 3,30 quando arriva una signora del Lazio. Inizia a parlare svegliando tutti dentro la sala. Dopo un'ora di conversazione, Pierfrancesco la accompagna a fare colazione, poi prende un treno per Pescara. Nel frattempo dorme nella sala anche un ragazzo pachistano che domani mattina dovrà prendere un autobus per andare in Questura a depositare le impronte digitali, neve permettendo. La maggior parte delle persone cerca di dormire, qualcuno preferisce farsi compagnia. Come Aurelio che si siede davanti agli schermi del tabellone orari per commentare i ritardi e le cancellazioni. «Ma esistono gli spazzaneve per le rotaie?». Nasce così una conversazione con un altro uomo della strada: alto, enorme, dallo sguardo buono e le scarpe Timberland impermeabili di cui va orgoglioso. «Le tue scarpe sono impermeabili?» «Le mie sì, le ho collaudate oggi e vanno proprio bene». Lui si chiama Gennaro e, a parte un paio d’ore di sonno, ha passato la notte a mangiare arance e leggere i giornali. Si dimostra uomo di cultura e interessato ai fatti di attualità e politica. Legge con attenzione La Stampa di Torino e altri quotidiani che, una volta terminati, consegna ai due romeni accasciati sul pavimento per schermarsi dal gelo della notte. Non è molto loquace, ma di certo anche lui, come tanti altri migranti della strada, non cerca la pietà ma un riscatto. «Sono andato al centro Caritas dove mi hanno detto che forse potrei accedere ad un fondo di invalidità, prenderei 300, forse 400 euro al mese, ma a me non va di andare a rimorchio degli altri senza fare niente. A me non servono soldi da mangiare perché per quello ci siete voi e la mensa, io voglio un lavoro e una vita vera». Ogni tanto fanno capolino gli agenti della Polizia Ferroviaria per controllare. Fanno alzare i due romeni perché non vogliono stiano per terra. Il giorno si avvicina e mentre i negozi riaprono e i pendolari ricominciano a muoversi, Pierfrancesco incontra di nuovo Stefano, intento a prendere un treno. «Ma dove vai?» gli chiede il giornalista. «Non lo so, adesso vedo» risponde lui. Pierfrancesco gli consegna 2 arance e un termos di tè, prima di vederlo salire su un vagone. Per andare dove non si sa, come non si sa se tornerà ad Ancona, se tornerà, anche solo per poco, un visibile. 

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