Raffineria Api, ipotesi inquinamento del suolo e sottosuolo: la Procura vuole una consulenza

Ci sono almeno 60 giorni di tempo per consegnare la relazione sul tavolo del magistrato anconetano

Foto di repertorio

L’ipotesi della Procura di Ancona è che dietro le esalazioni che tra l’ 11 e il 17 aprile scorso avevano reso l’aria di Falconara irrespirabile, ci sia una condizione di inquinamento ambientale, non tanto dell’aria, quanto del suolo e del sottosuolo, che si trova proprio in linea con il serbatoio TK61, la cisterna che, secondo i primi rilievi degli inquirenti, doveva essere sottoposta a dei lavori, rinviati invece di oltre un anno. Fino a quando non è successo qualcosa. Ma cosa? E’ quello che vuole scoprire il pm titolare del fascicolo di indagine Irene Adelaide Bilotta (foto in basso), che l’altro ieri ha conferito l’incarico per una integrazione alla perizia formulata da parte dell’ingegnere Gabriele Annovi. Sarà lui a dover rilevare l’eventuale presenza di bitume e idrocarburi nel terreno al di sotto del serbatoio ed eventualmente misurarne la quantità e la diffusione. Un accertamento unico ed irripetibile che sarà possibile solo quando i tecnici della raffineria Api termineranno le operazioni di svuotamento del grande contenitore di metallo dove ci sono ancora agenti chimici. 

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Ci sono almeno 60 giorni di tempo per consegnare la relazione sul tavolo del magistrato anconetano. Intanto ieri, proprio in vista della consulenza, il perito incaricato ha effettuato un sopralluogo insieme ai carabinieri del NOE (Nucleo operativo per la tutela dell’ambiente). Le accuse per vari indagati, tra cui alcuni vertici dell’azienda italiana, sono inquinamento e disastro ambientale. Già, disastro perché se le accuse fossero confermate in corso di indagine, allora non si potrebbe usare altro termine per descrivere le conseguenze del rilascio di quel materiale nell’aria e nel terreno del comune falconarese. 

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