Cronaca

Urbisaglia fuori dall’incubo: «Fondamentali le donne della mia famiglia, ora mi sposo»

Il consigliere comunale e vigile del fuoco parla dopo il risveglio dal coma: «Il virus è infame, ho capito quali sono le priorità della mia vita»

Diego Urbisaglia

«Sono uscito dal reparto di rianimazione, ora sono a “malattie infettive”. Porto un tantino di ossigeno e sto benino, solo che su gambe e piedi c’è da fare un lavoro importante». A parlare è Diego Urbisaglia, il consigliere comunale e vigilie del fuoco di Ancona, finalmente uscito dalla parte più delicata della lotta al Covid. Ha passato un mese a Torrette, intubato e in coma per due settimane, ma per fortuna i 14 giorni più duri sono solo un brutto passato. Il futuro è tinto d’arancio, in vista c’è il matrimonio con Gloria. E’ proprio per la compagna e per la sorella Federica che Urbisaglia riserva gran parte dei suoi pensieri. La prima è la donna che gli è accanto da tempo: «L’ho nominata "capitano" della nostra famiglia, le ho messo la fascia al braccio come i calciatori. Ha preso sulle spalle tutti noi e nella prima videochiamata le ho chiesto di sposarci». E poi Federica, che lavora in quello stesso reparto di rianimazione: «Una leonessa. Aveva papà e mamma anche loro ricoverati per Covid, io intubato e si è fatta carico sia di loro che di me». E’ lei che Diego ha trovato accanto l’11 febbraio, al risveglio. Prime parole? «Nulla di significativo, le ho chiesto cosa significasse il post di Lollo, un amico, che avevo letto prima di addormentarmi e che non avevo ben capito». No, nessun dialogo strappalacrime tra fratelli, ma solo l’evidenza della cosa più importante: Diego era tornato.  

L'incubo

«Non so’ dire perché sia successo proprio a me, non avevo altre patologie e non faccio certo una vita esagitata. E’ iniziato tutto con una sensazione di grande stanchezza, mi sentivo imbolsito- racconta Urbisaglia- ho chiamato la mia dottoressa e dopo due giorni ho fatto il tampone». Positivo. «Il problema è che mi sono curato per 10 giorni dentro casa, mia sorella mi aveva messo a disposizione la sua. Aspetta e aspetta, alla fine la febbre non scendeva e la saturazione si era abbassata tanto. E' stato necessario il ricovero. Come mi sono sentito? Dentro o fuori, come una tempesta in cui entri e non sai come né se ne esci. Ho mandato un messaggio alla famiglia: “Mi intubano, vi voglio bene”». In quei 14 giorni Urbisaglia è stato supinato due volte: «Ti rigirano per vedere se i valori tornano a posto, ma per due volte nel mio caso continuavano ad essere sballati». Durante tutto quel periodo Diego faceva viaggi con il pensiero: «Quali? Meglio che non te lo racconto». Ora il ritorno alla vita. «La cosa fondamentale è la riabilitazione, le gambe per il momento non riesco a muoverle. Esco consapevole del fatto che nella vita ci sono delle priorità, cose che hanno senso prima di altre, come la famiglia. Mi porto dietro anche l’affetto che ho visto da parte della città appena riacceso il cellulare, una roba ben oltre le aspettative. Ringrazio anche il personale medico, ma non tanto per quello che hanno fato per me, bensì per quello che fanno tutti i giorni qui dentro». 

L'appello

Infine le raccomandazioni: «Prima di tutto voglio dire a tutti che questo virus è infame, non sai quando ti attacca e come ne esci. Nessun sermone, ma bisogna stare il più attenti possibile perché se entri in questo vortice non hai nessuna certezza. Per questo, se ci sono problemi, il mio appello è quello di andare subito in ospedale senza pensarci un minuto di più e non come ho fatto io che ho aspettato 10 giorni». Bentornato Diego. 
 

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