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Domenica, 3 Luglio 2022
Cronaca Jesi

Il dramma di Rita: «Non mi volevano far entrare, mio marito disabile era legato e senza acqua»

Rita Cardelli ci racconta l'odissea vissuta tra il 7 e l'8 febbraio scorso quando suo marito, 76enne con varie patologie, è dovuto ricorrere alle cure dei sanitari dell'ospedale Carlo Urbani

JESI - Pensate di vedere un vostro caro entrare in ospedale per riposizionare un catetere. Ora immaginate che quella persona sia un disabile, non autosufficiente, con varie patologie, un defibrillatore a supporto e che richiede la vostra continua assistenza. Avete fiducia nei sanitari che lo stanno curando, come potrebbe essere altrimenti, ed invece vi trovate di fronte soltanto un muro di gomma, che rimbalza ogni vostro grido d'aiuto. La storia che vi stiamo raccontando è quella di Rita Cardelli e di suo marito, ma, con un po' di sfortuna, potrebbe essere anche quella di tutti voi. «Quello che è successo alla nostra famiglia non deve accadere più a nessuno».

Il racconto

Tutto ha inizio alle ore 22.55 del 7 febbraio 2022. Rita e suo marito 76enne, disabile con varie patologie, entrano al pronto soccorso dell'ospedale Carlo Urbani di Jesi per dei "disturbi urologici". «L'esame obiettivo - ci racconta Rita - descrive mio marito come "vigile, eupnoico, apiretico, collaborante e orientato". Alle 12.11 dell'8 febbraio viene invece descritto come "poco collaborante". Mi chiedo, cosa è successo nel corso della notte, e della mattina seguente, passata in pronto soccorso? Dopo le cure mi viene detto che il problema per cui mio marito è arrivato al pronto soccorso è stato risolto, così viene dimesso (tramite ambulanza) alle ore 14.00 dell'8 febbraio. Appena arriva a casa mi dice, con voce rauca e le labbra bianche: "dammi un po' di acqua, perché mi hanno dato una bottiglia per bere ma non sono stato capace di aprirla"». Rita capisce però che qualcosa non va. La sacca delle urine è ancora rossa e quindi decide di chiamare il medico di famiglia prima ed il 118 poi, tornando al pronto soccorso. Sono le 16.07 dell'8 febbraio e da quel momento inizia il vero calvario di Rita e della sua famiglia «che mi ha portato - ci dice - a raccontarvi tutto questo».

Dopo circa due ore la donna viene raggiunta in sala d'attesa dal figlio 34enne, che chiede informazioni al personale del Triage sulle condizioni di suo padre. «Ci hanno trattato con una certa sufficienza rispondendo: "non è ancora stato preso in carico, e ci sono almeno sei o sette persone prima di lui". «Rimaniamo in attesa per molte altre ore - continua - senza essere informati sulle condizioni di mio marito. Alle 19.00 provo a chiedere ulteriori informazioni al personale di turno nel Triage. Rendo noto al personale che mio marito ha anche problemi cognitivi, perciò non è in grado di chiedere in autonomia nemmeno un bicchiere d'acqua. Mi viene detto, con la stessa sufficienza che poco prima aveva riscontrato mio figlio, che non mi devo preoccupare perché "c'è un infermiere che fa il giro di tutti i pazienti per sentire le loro necessità". A quel punto Rita chiede altre informazioni, tra cui il modo in cui dovrà contenerlo per far sì che non si strappi il catetere. Le viene risposto un secco "ci sono le sanitarie", «come se tutti i cittadini siano capaci di gestire tali problematiche». Poi i sanitari le dicono che la sua presenza «è inutile» e «se ne vada a casa». 

«Travolta dalla disperazione - ci racconta Rita - torno in sala d'aspetto. Non vado a casa, provo troppa rabbia per rassegnarmi. Decido di cercare in Internet qualche informazione relativa al trattamento dei pazienti disabili, la legge 104 (di cui mio marito usufruisce), e qualunque cosa che possa darmi una mano. Alle 21.50 scopro un DPCM del 5 marzo 2021, che sancisce la possibilità di prestare assistenza in ospedale alla persona con disabilità». Il DPCM infatti prevede che per i pazienti minori o disabili o che comunque richiedano assistenza continua (per esempio gli invalidi civili al 100% con incapacità di compiere gli atti quotidiani), è consentita la presenza di un caregiver per tutta la durata del ricovero, previa conferma della negatività del tampone rinofaringeo. Rita a quel punto decide di attendere il cambio di turno del personale del Triage e, con i nuovi infermieri, ripete la stessa trafila chiedendo informazioni sulle condizioni di salute del marito e menzionando il DPCM. «Solo a questo punto riesco ad entrare - racconta la donna - e vengo accompagnata velocemente a cercare mio marito nel pronto soccorso. Le condizioni in cui lo trovo mi fanno gelare il sangue. Mio marito è in fondo ad un corridoio, legato alla barella con la testiera completamente abbassata, con la mascherina, gli occhi di fuori e una fame d'aria infinita. A quel punto perdo il controllo. Comincio ad urlare minacciando di denunciarli tutti per aver tenuto un paziente cardiopatico in quelle condizioni per chissà quanto tempo. L'infermiere che mi accompagna si affretta a scaricare la colpa su qualcun altro, dopodiché taglia immediatamente i lacci che lo tenevano legato, mentre altri infermieri sopraggiungono e portano mio marito all'interno di una stanza, dandomi anche una sedia per mettermi comoda». Rita è disperata e si chiede dove fosse l'infermiere che avrebbe dovuto vigilare su suo marito. Le ore passano fino alla mattina successiva quando Rita ritrova la stessa persona che, il giorno prima, le aveva detto di dover tornare a casa. «Mi chiede di mostrare il Green Pass e, mio malgrado, devo ammettere che è un fenomeno perché, non trovando lo "strumento adatto", riesce a leggerlo con gli occhi». 

Ora Rita e suo marito sono a casa, ma lui non la riconosce più. «Qualche problema cognitivo lo aveva già. Anche prima di questa esperienza terribile dimenticava il mio nome, ma sapeva che ero "la sua signora". Un giorno mi aveva anche chiesto di scrivere il mio nome su un foglio da appendere al muro, così che potesse chiamarmi nella maniera giusta a prescindere dalla sua memoria. Mio marito mangiava con le sue mani, oggi non è più in grado di farlo senza che qualcuno lo aiuti. Sto raccontando tutto questo perché voglio ringraziare un vero Angelo, di nome e di fatto, che non mi ha lasciato mai sola. Non come gli altri che lavorano nella sanità e vengono chiamati "angeli", ma non tutti sono degni del soprannome che gli viene dato». Con questa testimonianza Rita ha voluto far presente quanto successo anche alla dirigenza della struttura sanitaria. «Mettete in evidenza all'ingresso del pronto soccorso anche i "nostri" dirittiì - conclude - così che noi possiamo farli valere. Inoltre, ogni operatore sanitario dovrebbe avere un cartellino che esponga la sua professione insieme al suo nome e cognome, così che noi possiamo sapere chi c'è di fronte a noi: un angelo, o un demone. Io sono molto rispettosa, e grata, per il vostro lavoro. Ammetto di non conoscere tutti i miei diritti, ma chi lavora al pronto soccorso, e in tutto l'ospedale, deve essere a conoscenza dei propri doveri. Come vengono affissi i divieti di ingresso per i parenti, devono essere affisse anche le eccezioni, così che ogni familiare possa venire a conoscenza anche dei propri diritti».

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