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Sebastiano Dimasi

Sebastiano Dimasi

Parla l'indagato: «Mi sono difeso». Ma spunta una testimonianza choc

L'indagato aveva cercato la ex nel suo appartamento. Ma lei non c'era. O forse non si era voluta far trovare perché, lo confermano gli inquirenti, il 55enne era già stato denunciato per minacce

«Mi ha aggredito lui per primo, io mi sono solo difeso, non volevo uccidere». Si difende Sebastiano Dimasi, detto Nello, il 55enne accusato dell’uccisione di Alessandro Vitaletti. Assistito dall’avvocato Enrico Carmenati, Dimasi ha parlato a colloquio con il pm titolare dell’indagine Serena Bizzarri, che ieri sera ha ascoltato la sua versione dei fatti per circa due ore. L’indagato, ora recluso nel carcere di Montacuto (Ancona), ha spiegato di aver reagito ad un’aggressione dell’insegnante, in soggezione davanti al 48enne fisicamente più prestante. Spaventato, Dimasi avrebbe reagito d’impeto, tirando fuori la lama. Una versione che, se trovasse conferma, attenuerebbe la sua posizione. Ma nelle ultime ore spunta una testimonianza choc, raccolta dagli investigatori durante le ore successive al delitto. Secondo un residente che conosceva entrambi, i due si erano già affrontati a muso duro e Dimasi avrebbe minacciato Vitaletti dicendo: «La prossima volta ti ammazzo». Parole pesantissime. Soprattutto alla luce di quanto poi accaduto sabato pomeriggio intorno alle 17 in via Buozzi, davanti al Bar dello Sport. Lì dove Dimasi stava giocando a carte quando ha visto arrivare il professore. E’ uscito e gli è andato incontro, armato di un coltello che teneva nella tasca della giacca. Delitto premeditato? Impossibile dirlo ora. Anzi è un’ipotesi da escludere al momento dato che Dimasi non ha mai avuto un piano per la fuga, altrimenti non avrebbe mai passato la notte in un casolare abbandonato e al gelo delle montagne dove, al calar del sole, il termometro tocca anche i meno 6 gradi. Una cosa è certa: quando l’omicida ha visto Vitaletti fermarsi con l’auto dall’altra parte della strada, gli è andato incontro. Lo confermano i clienti che stavano giocando a carte con lui. Cosa è successo di preciso nei minuti successivi? Ci sono molte testimonianze ma nessuna in grado di scandire ogni singolo fotogramma della tragedia. Pezzi di un omicidio, sufficienti ma non risolutivi. Tanto che i Carabinieri di Fabriano e Sassoferrato proseguono le indagini. Non solo per aggiungere gli ultimi tasselli ad un puzzle comunque ormai chiaro. Infatti c’è ancora un’arma del delitto che non si trova. 

IL GIALLO E LA CONVALIDA. L’altra domanda a cui Dimasi potrà rispondere é: perché poche ore prima dell’omicidio aveva cercato a casa la moglie da cui si stava separando? Già, perché l’aguzzino, prima di andare al bar, aveva cercato la donna nel suo appartamento. Ma lei non c’era. O forse non si era voluta far trovare perché, lo confermano gli inquirenti, Dimasi era già stato denunciato dalla donna per minacce. Ora il muratore calabrese è in stato di fermo da ieri, dopo essere stato trovato nelle boscaglia dell’Appennino, a poche centinaia di metri dalla sua casa della frazione Scheggia (Perugia) al confine con le Marche, laddove 24 ore prima aveva lasciato la sua Fiat 600 per darsi alla fuga. Anche per questo l’udienza di convalida del fermo di polizia si terrà al tribunale di Perugia. Il Gip ha 48 ore dal momento del fermo per stabilire l’udienza e poi, altre 48 ore per prendere una decisione in merito alle misure di custodia cautelare richieste dalla pubblica accusa. L’imputazione, salvo colpi di scena, resta la stessa: omicidio volontario. Solo successivamente il pm dorico potrà procedere con l’interrogatorio di garanzia, mentre mercoledì si prevede l’autopsia sul corpo dell’insegnante. Le prossime ore saranno dunque cruciali per diramare le ultime ombre su un omicidio risolto in poche ore dai Carabinieri e che, non c’è dubbio, lascerà un segno nella comunità di Sassoferrato.

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