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Foto di repertorio

Foto di repertorio

Muore dopo ore di attesa in ospedale, medico sotto accusa: chiesta la condanna

La difesa è convinta di poter dimostrare l’innocenza del cardiologo perché sulla carta la paziente avrebbe potuto attendere anche più tempo dato che era una urgenza, ma non un'emergenza

A seguito di un malore era arrivata all’ospedale regionale di Ancona dove i medici avevano riscontrato la rottura di un aneurisma dell’aorta. Non c’era tempo da perdere. Eppure per Maria Scanzani, 66 anni di Jesi, la chiamata per l’operazione che avrebbe dovuto salvarle la vita non è mai arrivata. Dopo essere entrata alle 13,42 ha atteso 4 ore. Poi le sue condizioni sono precipitate ed è morta la sera stessa alle 21,30. Per questo è finito sotto accusa un medico anconetano del reparto di Cardiologia degli Ospedali Riuniti di Ancona. Lo specialista è accusato di omicidio colposo, dunque di non aver fatto nulla per Marco Pucilli-2impedire la morte della donna. Stessa accusa per cui stamattina il pm Marco Pucilli (foto a sinistra) ha chiesto la condanna a 10 mesi di reclusione, convinto che il camice bianco si trovasse nel pieno di un’emergenza, di fronte alla quale avrebbe dovuto agire e non temporeggiare.

La difesa

Non la pensa così l’imputato che rigetta ogni accusa. Infatti, secondo quanto spiegato nell’arringa difensiva Alessandro Scaloni-2dall’avvocato Alessandro Scaloni (foto a destra), quella non era affatto un’emergenza, semmai un’urgenza. Non un dettaglio perché quella differenza viene tracciata con precisione dalle linee guida sanitarie italiane e internazionali. La differenza? Per emergenza si intende un caso di fronte a cui interveire all'istante per un pericolo di morte immediata. L'urgenza si configura come affrontabile nell'arco di un tot. di ore. La difesa è convinta di poter dimostrare l’innocenza del cardiologo anconetano che, sì aveva atteso del tempo, ma di fronte a quell'aneurisma avrebbe potuto attendere anche di più. Per questo nel reparto sarebbe stata data priorità ad altro mentre la sala operatoria era già pronta. 

Fatto sta che dai documenti clinici è emerso come la decisione di intervenire chirurgicamente, presa poi dall’équipe del reparto specialistico, al decesso sarebbero passate 4 ore. Un buco su cui per due anni ha indagato la procura, per il sospetto di un caso di presunta malasanità. La donna aveva accusato un dolore al petto in tarda mattinata ed era arrivata l’ambulanza con a bordo un cardiologo che subito aveva capito la gravità della situazione, tanto che la 66enne fu trasportata direttamente all’ospedale di Torrette. Alle 13.42 l’ingresso al pronto soccorso con codice rosso. Poi quelle ore di attesa durante le quali Maria Scanzani avrebbe anche firmato il consenso all’operazione. Un intervento che non arrivava mai e che mai è stato effettuato. A processo, che si svolge con rito abbreviato, si sono costituiti parte civile 8 familiari della vittima, il marito e i figli della vittima tramite l'avvocato Guerrino Ortini e i figli tramite gli avvocati Selene Scanzani e Vittorio Bucci (foto in basso). Sono loro ad aver chiesto un risarcimento danni di circa 2 milioni di euro. Ora a decidere sarà il Gup Paola Moscaroli nell’udienza fissata per il 7 novembre

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