Spaccio e prostituzione, la mafia nigeriana è tra noi: 19 arresti

Operazione della Squadra Mobile, smantellato un clan che operava tra Ancona e Teramo: il "boss" viveva a Jesi. Facevano tutti parte del "Pesha", una pericolosissima cellula locale

Foto di repertorio

Droga, prostituzione, riciclaggio, lesioni: la mafia nigeriana è tra noi. Un'associazione a delinquere, radicata nella provincia dorica, è stata stroncata dai poliziotti della Squadra Mobile di Ancona e Teramo, dirette rispettivamente da Carlo Pinto e Roberta Cicchetti: la Direzione Distrettuale Antimafia di L’Aquila, sotto il coordinamento del pm David Mancini, ha disposto il fermo di 19 nigeriani, componenti del sodalizio “Supreme Eiye Confraternity, più semplicemente Sec o Eiye, radicato in Nigeria, ma diffuso in tutto il mondo, equiparato per forza e violenza alle mafie tradizionali. Dei 19 indagati, 4 sono ancora irreperibili e attualmente ricercati. Sono 5 i nigeriani scoperti nell’Anconetano: uno, Osagie Johnson, trentenne, considerato il boss del gruppo e soprannominato “Id” o “Solid G”, viveva a Jesi insieme ad altri tre connazionali, Keen Youcef, Igbinosa Kelvin Osaheni e Ikponmwosa Ede Ewansiha. Il quinto, Prince Michael Osolase Ehiaguinah, si trovava invece ad Ancona, in via Colombo, nel quartiere del Piano, dove condivideva l’appartamento con un connazionale estraneo ai fatti, ma risultato irregolare così come un altro nigeriano domiciliato a Jesi: per entrambi sono in corso le procedure per l’espulsione.

Il "nido" 

Secondo gli investigatori, i 19 africani appartengono ad un “nest”, una cellula locale degli Eiye, denominata Pesha che ha competenza territoriale sulla dorsale adriatica, da Teramo ad Ancona. L’attività nasce da due precedenti filoni d’indagine: l’operazione “Subjection” (luglio 2019) in materia di tratta di giovani nigeriane e l’operazione “Travelers” in materia di riciclaggio di ingenti profitti illeciti in Nigeria. L’associazione a delinquere si configura come una confraternita i cui membri, alla presenza del boss, sottopongono i nuovi adepti a un rito di affiliazione, attraverso atti di violenza, riti tribali e un giuramento di fedeltà alla “orientation”, un decalogo di regole da rispettare scrupolosamente. La simbologia e i codici linguistici, connotati di segretezza, richiamano il mondo degli uccelli (Eiye è un uccello mitologico della tradizione nigeriana), con colori ed elementi riconosciuti all’interno della comunità. L’ingresso è regolato da una tassa d’iscrizione che serve al finanziamento della confraternita stessa, che si caratterizza per una rigida gerarchia ed è finalizzata al compimento di una lunga serie di reati.

I reati 

I componenti del nest Pesha, in particolare, sono specializzati nel riciclaggio e nell’illecita intermediazione finanziaria verso la Nigeria (attraverso il meccanismo della “avala”), nella tratta di giovani donne e nello sfruttamento della prostituzione, che avviene per lo più lungo la strada della Bonifica del Tronto a San Benedetto, nello spaccio di stupefacenti, ma anche nelle violenze nei confronti degli adepti di altri culti, come quello dei Black Axe, o vendette punitive verso altri connazionali. Nel corso dell’indagine, è stato accertato il ricorso a brutali punizioni corporali anche per risolvere conflitti interni e a violenze per costringere altre persone ad affiliarsi al clan. Le riunioni avvenivano, per ragioni di segretezza, nelle abitazioni di alcuni membri con ruolo direttivo: qui gli “ibaka”, i capi, definivano le strategie criminali del gruppo. Gli investigatori, grazie a pedinamenti e intercettazioni, hanno documentato aggressioni fisiche avvenute a Martinsicuro, nel Teramano, per costringere altri soggetti ad affiliarsi e durissimi scontri avvenuti ad Ancona e a Pesaro tra Eyie e Black Axe, ma anche violenze su donne costrette e prostituirsi a San Benedetto, secondo lo schema della restituzione del debito, imposto con il rituale Juju. Una ricostruzione ottenuta anche grazie alla collaborazione  delle unità cinofile, la polizia scientifica, il gabinetto, la squadra Volanti e gli agenti di Jesi.

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Quattro ricercati

Il fermo, disposto dalla Dda di L'Aquila perché gli indagati avrebbero potuto raggiungere loro connazionali in Francia, Germania, Belgio e Svezia ed erano in corso progetti comuni di espatrio, oltre ai 5 nigeriani domiciliati tra Ancona e Jesi, ha riguardato anche 2 loro connazionali domiciliati a San Benedetto (Oziegbe Ona e Kelly Amayo), uno ad Ascoli (Righteous Egbogho), 4 a Martinsicuro (Kelvin Jegbefuma, John Samuel, Jesse Enugo e Solomon Omokhomoin), uno a Grottammare (Frankly Okhuevbie) e uno ad Agrigento (Mark Christopher). Il 15° indagato, Neweka Junior Igbi, è stato arrestato questa mattina a Galatina (Lecce), mentre gli ultimi 4 sono ancora ricercati. 

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