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Scuola: «Ha figli piccoli? Le faremo sapere». La denuncia dei sindacati

Sotto accusa la chiamata diretta dei docenti. Ai sindacati sono arrivate segnalazioni di domande su famiglia e prospettive future: «Scandalosa discriminazione»

Avere figli piccoli opporre prevedere di averli con la prospettiva di andare in maternità. Due possibilità che possono, in qualche caso, fare la differenza tra avere o meno un posto di lavoro per giovani insegnanti nel mondo della scuola. È quanto emerge dalla denuncia dei sindacati della scuola delle Marche che nei giorni scorsi hanno inviato una lettera aperta ai parlamentari eletti in regione e alla commissione regionale per le pari opportunità. Numerose insegnanti hanno raccontato ai sindacati di categoria quanto avvenuto durante i colloqui. «In molte si sentono chiedere - spiegano Claudia Mazzucchelli e Anna Bartolini, rispettivamente segretarie di Uil Scuola e Cisl Scuola delle Marche - non tanto la declaratoria dei propri titoli professionali o culturali e delle proprie esperienze e competenze, ma “Ha figli piccoli?”, “Ha intenzione di prendere l’ aspettativa?”, “Ha intenzione di chiedere l’ assegnazione per avvicinarsi a casa?”. Chiaramente una risposta affermativa determina spesso un “Le faremo sapere” che si risolve in un nulla di fatto».

Difficile, per stessa ammissione delle denuncianti, circostanziare la denuncia. Le domande discriminanti avvengono durante colloqui privati. Tra frasi sibilline e mezze parole. «Tuteleremo le lavoratrici con tutti gli strumenti in nostro possesso ma chiediamo a chi ha responsabilità politica di non ignorare e sottovalutare quanto sta accadendo» annunciano Cisl e Uil. Discriminazioni che la Cgil, dal canto suo, ha riscontrato anche nella mobilità nazionale, il meccanismo con il quale un prof può essere assegnato anche in una scuola fuori regione. «Una lavoratrice trasferita fuori regione - aggiunge Manuela Carloni, segretaria Flc Cgil - che ci ha raccontato la sua storia di discriminazione per essere madre e, suo malgrado, per essere stata assegnata in una scuola molto lontana dalla sua sede di residenza. Discriminata due volte, tra l’altro: il suo caso è uno di quelli in cui l’errore evidente dell’algoritmo, quello che ha smistato le migliaia di domande di mobilità nazionale, non ha considerato tutti i suoi titoli ed anche per questo non l’ha assegnata in una delle sedi rimaste libere proprio nella sua provincia. Norme, come quella della chiamata diretta, si stanno rivelando sempre più palesemente inadeguate: anziché assicurare il buon funzionamento della scuola pubblica, ne stanno determinando un sensibile peggioramento».

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