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Mercoledì, 1 Febbraio 2023
Cronaca

Morte di Maddalena Urbani, secondo i giudici poteva essere salvata: «Sarebbe bastato chiamare il 118»

Per i giudici i due imputati «Preferirono non chiamare i soccorsi, nonostante l'esatta consapevolezza della gravità della situazione»

ROMA - «Sarebbe stata sufficiente una telefonata tempestiva al 118 a salvarle la vita». Maddalena Urbani, se soccorsa in tempo, poteva quindi essere salvata. È quanto sostengono i giudici della Corte d'Assise di Roma nelle motivazioni della sentenza con cui hanno condannato lo scorso 24 ottobre a 14 anni di carcere lo spacciatore di origini siriane, Abdulaziz Rajab, accusato di omicidio volontario con dolo eventuale per la morte della 21enne figlia del medico Carlo Urbani che per primo isolò la Sars, deceduta a causa di un mix di droghe e farmaci avvenuta a Roma il 27 marzo del 2021. I giudici, inoltre, hanno inflitto due anni a Kaoula El Haouzi, amica della Urbani, riformulando l'accusa in omissione di soccorso. La Procura aveva chiesto una condanna a 21 anni di carcere per Rajab e a 14 anni con il riconoscimento delle attenuanti generiche per l’amica della vittima.

"Maddalena poteva essere salvata"

La sera tra il 26 e il 27 marzo del 2021, gli imputati Abdulaziz Rajab, cioè il 66enne padrone di casa che era agli arresti domiciliari, e Kaoula El Haouzi, la 35enne amica della vittima, «preferirono non chiamare i soccorsi, nonostante l'esatta consapevolezza della gravità della situazione, dimostrata dalla necessità di intervenire più volte quella notte sulla ragazza con manovre di tipo rianimatorio». Rajab, in particolare, agì «per motivi inaccettabili, esclusivamente egoistici». Secondo i giudici, il 66enne voleva «assolutamente evitare un intervento dei sanitari del 118 per scongiurare che si venisse a conoscenza del fatto che aveva ricevuto due ragazze in casa», dove conservava della droga, «contravvenendo in questo modo alla misura dei domiciliari». E, stando a quanto si legge nelle motivazioni della sentenza, l'uomo si comportò «aderendo alla elevata possibilità che Maddalena morisse, evento che si è esattamente rappresentato e al quale ha aderito, pur non essendo il fine principale del suo agire».

In merito all'amica della vittima, El Haouzi, i giudici sottolineano che anche su di lei «gravava l'obbligo di attivarsi e far intervenire gli operatori sanitari, considerate le allarmanti condizioni» di Maddalena. Anche lei, durante il processo, «ha mentito, e ha fatto di tutto per sminuire la precisa consapevolezza della gravità della situazione e il suo evidente coinvolgimento nella vicenda». E mentre a Rajab sono state riconosciute le attenuanti generiche, per le «disagiate condizioni di vita, di estrema precarietà ed emarginazione e dell'atteggiamento parzialmente collaborativo», all'amica della vittima i giudici le hanno negate «in considerazione dell'atteggiamento processuale, improntato unicamente e pervicacemente al mendacio e privo della benché minima resipiscenza».

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