«Sarò una musicista sul palco insieme ad altri musicisti, felice di essere all'Ancona Jazz»

In un dopo concerto, insieme con Enrico Rava, Barbara Casini e Paolo Silvestri, si parlò spesso di Blossom Dearie, cantante tra le favorite dell’Ancona Jazz Festival, sul cui palco salirà anche Silvia Manco

Silvia Manco

In un dopo concerto, insieme con Enrico Rava, Barbara Casini e Paolo Silvestri, si parlò spesso di Blossom Dearie, cantante tra le favorite dell’Ancona Jazz Festival, sul cui palco lei, Silvia Manco, salirà stasera.

Quando hanno visto il suo disco a lei dedicato non ci hanno pensato un minuto prima di invitarla. Cosa l’ha affascinato e colpito di più della sua personalità? «Sono immensamente felice di poter partecipare al vostro prestigioso Festival, in particolare con Hip! The Blossom Dearie Songbook, un progetto che mi sta molto a cuore e a cui ho dedicato molta energia e un disco “felice”. Molti anni fa, in uno dei miei primi “demo”, avevo registrato alcuni standard in trio: per la prima volta avevo deciso anche di cantare oltre che suonare il piano e arrangiare. In cerca di un produttore, inviai il materiale a varie etichette discografiche: alcuni non risposero, altri declinarono cortesemente, invece Paolo Piangiarelli della Philology mi rispose con una lettera molto dettagliata in cui mi dava dei consigli su come aggiustare il tiro suggerendomi di continuare a lavorare sulla formula piano/vocal trio perché, a suo parere, c’erano delle potenzialità e per la prima volta sentì parlare da lui di questa pianista/vocalist: mi disse infatti che la cura degli arrangiamenti per piccolo gruppo e il sound che avevo in mente gli ricordavano proprio quello di Blossom Dearie. Così cominciai ad ascoltare e studiare tutto il suo repertorio e mi dedicai ad approfondire la vicenda artistica di questa grande musicista dalla cifra così personale. Sono sempre stata molto colpita dalla sua “musicianship”, cioè dalla capacità di essere così a suo agio e consapevole nella musica, interagendo con i musicisti con un piglio autorevole ma mai aggressivo, insomma con sicurezza, dolcezza e leggerezza e soprattutto con una dose di ironia e swing che mi hanno sempre fatto sorridere e godere immensamente della sua musica. Inoltre, oltre agli standard songs provenienti dal grande Songbook americano, Blossom Dearie proponeva delle canzoni divertentissime che non avevo mai sentito cantare a nessun altro e che in seguito ho saputo attribuire alla penna di Bob Dorough e Dave Frishberg, autori e a loro volta pianisti e cantanti nel solco della tradizione molto rispettata dei performer/entertainer che negli Stati Uniti anima la scena del jazz al pari dei grandi solisti. Oggi Johnny O’Neal ne è un esempio vivente. Lo adoro».

Nella sua musica troviamo eleganza e raffinatezza, alla stregua di altre formazioni celebri americane, tipo Shirley Horn o Diana Krall. Si sente più strumentista che cantante, o i due momenti si bilanciano? «Ho sempre pensato a me come una musicista e anche nel mio rapporto con gli altri membri del gruppo mi pongo come tale, in un’ ottica di parità e rispetto reciproco: lascio ai miei musicisti molto spazio, spero di farli sentire anche liberi di prendere iniziative ed essere creativi nel rispetto dell’idea di base: in un trio in cui il pianista è anche vocalist tutti gli strumenti hanno un ruolo di supporto reciproco e dialogo continuo. L’interplay rimane l’elemento più importante nel Jazz, nessuno strumento deve prevaricare sull’altro: ho la fortuna di poter scegliere di lavorare con musicisti molto intelligenti e sensibili e non mi sono mai posta il problema di sentirmi più vocalist che pianista o viceversa: sono semplicemente una musicista sul palco insieme ad altri musicisti: lo strumento, qualunque esso sia, è sempre e solo un mezzo per esprimere la musica che si ha in testa e nel cuore».

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Ci racconta qualcosa di lei, da dove nasce la passione per il jazz e come ha cominciato? «Vengo da una famiglia che ama molto la musica: mio padre, che ha sempre suonato, nonostante sia totalmente autodidatta, ha fatto per molti anni il cosiddetto “pianobar”(sono nata e cresciuta in una piccolissima realtà di paese nella provincia del profondo sud d’ Italia, nel Salento): ho avuto a disposizione dischi bellissimi il cui ascolto ossessivo da piccola deve aver forgiato il mio gusto e messo in luce la mia preferenza per la Black American Music, in particolare Ray Charles, Stevie Wonder e Otis Redding. Il Jazz strumentale in qualche modo è arrivato dopo attraverso l’ ascolto di Pat Metheny, questa volta attingendo alla collezione di dischi di mio zio. Ho immediatamente manifestato comunque una predilezione per i suoni provenienti dalle Americhe, in generale, quindi anche per la bossa nova. Quando poi a 19 anni mi sono trasferita a Roma ho iniziato una ricerca personale che mi ha poi portato ad approfondire il linguaggio del Jazz (il Be Bop, i grandi solisti, i pianisti della storia del jazz, i grandi compositori e le orchestre ma anche il jazz europeo e le avanguardie) così pian piano ho iniziato a partecipare alla scena jazzistica della capitale. Tutto nasce però da quello che ci fa emozionare nei primi anni di vita. Credo».

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