«Ho pagato 4mila euro per lavorare da casa, ora in carcere hanno internet grazie a me»

Il racconto di Antonio, centralinista di Montacuto, che ha speso di tasca sua migliaia di euro per poter lavorare da casa. Nella sua storia però c'è un altro grande paradosso

Antonio Mignone

ANCONA - "Vista la sua accettazione alla deviazione delle chiamate in entrata e in uscita presso un’utenza in sua disponibilità, considerato che l’operazione prevede un intervento tecnico da parte di una ditta, si precisa che il relativo costo sarebbe a suo carico”. Comincia così la missiva datata 21 aprile 2020 con cui il Ministero della Giustizia ha risposto ad Antonio Mignone, centralinista del carcere di Montacuto e consigliere del CTP 4 in quota Movimento 5 Stelle, da anni malato di sclerosi multipla. Il 14 aprile scorso Antonio aveva fatto richiesta per avere in casa l’attrezzatura necessaria allo smart working e, pur di lavorare stando alla larga dal rischio contagio, ha accettato di sostenere le relative spese. I lavori, da preventivo della ditta che gestisce i telefoni del carcere, gli sono costati ben 4.362,43 euro (iva compresa) liquidate con bonifico bancario del 6 maggio scorso. «Sì, per lavorare da casa ho dovuto pagare» spiega Antonio, ma c’è anche un altro paradosso: «In casa mia hanno installato un telefono e lo hanno collegato alla mia rete internet- racconta il centralinista- per rendere l’apparecchio funzionale al mio ruolo però il resto dei lavori lo hanno dovuto fare in carcere, dove prima c’era solo la rete intranet. Adesso, grazie ai lavori che ho pagato io, a Montacuto c’è la linea internet e praticamente è come dire che sono proprietario di un pezzo di carcere. I 4.362 euro li ho dovuti pagare anticipatamente- racconta Antonio- e in quella cifra sono inclusi anche i primi 608,93 di costi trimestrali della linea. Quest’ultima quota dovrò pagarla ogni tre mesi». 

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Tutto è iniziato il 14 aprile quando Antonio ha inoltrato all’amministrazione del carcere la richiesta di lavoro agile. In pratica, la possibilità di deviare le chiamate in entrata e uscita dal carcere su una propria utenza telefonica in modo da poter lavorare da casa. La risposta affermativa è arrivata due giorni dopo. A questa è seguita un’altra comunicazione, quella che chiedeva al centralinista la disponibilità a sostenere i costi dell’operazione: «Ho accettato, come facevo a rifiutare con il Coronavirus in giro?- ha detto il diretto interessato -non avevo scelta, l'alternativa era lavorare in carcere con il rischio di contagio». La ditta che gestisce e provvede alla manutenzione dei telefoni di Montacuto ha quindi inviato ad Antonio il preventivo dei lavori: tra acquisto materiali, manodopera, linea dedicata, cauzione e tre mensilità anticipate per router e iva il costo complessivo supera di poco i 4.300 euro. «Ho già pagato tutto in anticipo come da condizioni, ma in casa mia ora c’è solo un telefono e il resto è tutto a Montacuto – conclude Antonio- un paio di giorni fa hanno ultimato le installazioni. Lavoro in carcere dal 1984, quell’attrezzatura è di mia proprietà e quando andrò in pensione me la porterò via». 
 

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