Solitudine da Coronavirus, incontro con medici, docenti e l'arcivescovo Spina

Il dibattito, molto partecipato, è stato organizzato dall'Ufficio diocesano per la Pastorale della Salute, trasmesso anche in diretta streaming

Monsignor Angelo Spina

«Malattia, solitudine, speranza. L’esperienza della solitudine: l’uomo vive come relazione o non vive». Su questo tema si è discusso in un incontro organizzato dall’Ufficio diocesano per la Pastorale della Salute, ieri, nella parrocchia Ss. Cosma e Damiano di Ancona. L’evento ha visto una straordinaria presenza ed è stato anche trasmesso in diretta streaming. Nel pieno dell’emergenza Coronavirus, molti hanno fatto i conti non solo con la malattia, ma anche con la solitudine: ciò ha offerto lo spunto per riscoprire l’importanza delle relazioni e della speranza, per farsi prossimi e donare il tempo agli altri.

«I malati di Covid vivono il dramma nel dramma. Oltre alla malattia e alla sofferenza – ha detto Simone Pizzi, medico anestesista rianimatore e direttore dell’Ufficio per la Pastorale della Salute – sono anche isolati e si sentono soli, perché lontani dai loro cari. Nessuno di noi può dimenticare gli occhi dei pazienti che, nel pieno dell’emergenza, chiedevano conforto e presenza. Questo tempo ha insegnato molto agli operatori sanitari che hanno saputo distinguere il timore che ha connotati positivi perché è il rispetto nei confronti dell’altro, della complessità della realtà, e la paura che fa compiere anche dei gesti qualche volta insensati ed è per questo che la paura è un grande limite che bisogna vincere. Abbiamo capito cosa significa lavorare insieme fianco a fianco, non solo rispettandoci come professionisti, ma soprattutto come esseri umani, parte di un sistema che aveva l’impegno di curare e prendersi cura delle persone».

Molto intensa è stata l’introduzione affidata a Michele Caporossi, direttore generale dell’Azienda Ospedali Riuniti, che ha sottolineato come «la pandemia è stata ed è un’occasione per ripensarsi e ripensarci come strutture sanitarie e come sistema di protezione sociale, ma anche per riflettere sui rapporti tra le persone. Se non ci fosse stata la spinta solidale degli operatori sanitari non avremmo potuto affrontare una malattia che non si conosceva. C’è stata anche una grande speranza e credo che il tema della medicina insieme alla speranza sconfiggano la solitudine». Moderatore dell’incontro è stato dottor Andrea Ortenzi, medico neurologo e presidente Amci della sezione di Ancona: «Noi medici ci siamo preoccupati di mantenere i livelli assistenziali come erano prima del lockdown - ha detto -. Con la pandemia, le certezze e ciò che ritenevamo scontato, come la relazione dal vivo, si sono rivelate precarie e ci siamo dovuti mettere in discussione. Come medici cattolici, però, il nostro impegno è mirato non solo alla cura del corpo e dobbiamo avere un’attenzione particolare anche allo spirito». Due le relazioni durante la serata. La dottoressa Oriana Papa, PhD psicologa – psicoterapeuta e responsabile Sos Psicologia Ospedaliera di Torrette, ha parlato del servizio aperto il 19 marzo per il sostegno psicologico alle famiglie dei pazienti, ai malati e agli operatori sanitari. Questo servizio è stato il primo in Italia. La dottoressa ha offerto un percorso introspettivo offrendo quattro esperienze un vero spaccato di umanità. «Sono arrivate moltissime telefonate di persone che avevano perso i propri cari, che non sapevano dove erano ricoverati, ma anche di infermieri e malati che volevano avere dei colloqui ed essere sostenuti. È stata un’esperienza positiva, un modo per essere vicina a queste persone che erano in prima linea».

La professoressa Donatella Pagliacci, docente di filosofia morale presso il Dipartimento di studi umanistici dell’Università di Macerata, ha invece tenuto una relazione su “Lo sguardo di cura. Prossimità e distanza di fronte alla sofferenza propria e altrui”. «Abbiamo vissuto tutti un periodo di distanziamento – ha detto – però forse dovremmo riappropriarci della capacità di stare a distanza in una relazione di prossimità, che sia capace cioè di posare lo sguardo sulle ferite dell’altro nel segno del rispetto, della compassione, della consolazione e della speranza. È importante farsi prossimi senza invadere, soccorrere senza sostituirsi all’altro. È necessario avere uno sguardo di accoglienza e di cura, capace di sostenere e di dare soccorso all’altro con un’amorevole benevolenza e con un profondo senso di rispetto».

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Le conclusioni sono state affidate a Monsignor Angelo Spina, arcivescovo metropolita di Ancona-Osimo che, partendo dalla parabola del buon samaritano, ha sottolineato quanto sia importante donare il tempo agli altri. «Noi viviamo nel tempo – ha detto l’arcivescovo – ma cos’è questo tempo? C’è il kronos che è il tempo che passa, ma c’è anche un tempo che è kairos, qualcosa che accade e che ti segna. Questo nostro tempo segnato dalla pandemia, come possiamo viverlo? Oltre all’isolamento legato al Covid, credo ci sia una pandemia peggiore: la cultura dell’io e dell’individualismo, quando ognuno dedica il tempo tutto a se stesso. Bisogna invece passare dalla cultura dell’io a quella del noi, che è la cultura delle relazioni. Noi di fronte alla sofferenza volgiamo lo sguardo dall’altra parte o facciamo come il samaritano che si ferma e soccorre l’uomo aggredito dai briganti? Oggi siamo tutti di fretta, ma la cosa davvero importante è dare il tempo agli altri. L’amore segna il tempo e te lo fa vivere come eternità. L’esperienza Covid ha permesso di riscoprire la preziosità di alcune piccole cose, come relazioni, rapporti, viaggi, che per noi erano ovvie». Una nuova essenzialità ci ha permesso di vedere che «avanzano i nuovi modelli di amore. Pensiamo alla nota foto della infermiera che si addormenta sfinita sulla tastiera. È il simbolo della generosità in un mondo tendenzialmente egoista. Il personale sanitario che rischia il contagio sono un altro esempio di amore non retorico ma concreto».

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