Siccità, nelle Marche abbondano le società del servizio idrico ma non c'è acqua per tutti

Afa e zero pioggia: -30/40% della produzione agricola. Dighe piene ma coprono meno del 4% dei terreni. Il Consorzio che le gestisce: «Nelle Marche 34 soggetti, date tutto a noi»

Una diga - foto di repertorio

Le Marche non sono in emergenza idrica ma nonostante ciò i coltivatori lamentano cali di produzione del 30/40% a causa del caldo record e della siccità. Come si spiegano questi due dati? Non è facile per i comuni mortali addentrarsi nel reticolo di aziende che gestiscono il servizio idrico. Nelle Marche - circa 1,5 milioni di abitanti, lo ricordiamo – ce ne sono una trentina. Uno di questi, il Consorzio di Bonifica delle Marche, nato del 2014, gestisce 5 dighe con i relativi invasi. A sentire loro, l’acqua c’è e non ci dobbiamo preoccupare. I dati, tra le dighe di Gerosa (Ascoli), San Ruffino e Rio Canale (Fermo), Cingoli (Macerata) e Mercatale (Pesaro Urbino), sono confortanti. «Nelle Marche abbiamo – spiega Michele Maiani, presidente dell’Assemblea del Consorzio – capacità di accumulo per 100 milioni di mc quando il consumo di acqua potabile nella nostra regione è stimato in 120 milioni di mc l’anno». Il dato riguarda il solo uso domestico. Non esistono numeri per misurare l’irrigazione dei campi. Ma l'acqua c'è o non c'è? Negli invasi, al momento, su 65 mc di capacità complessiva (gli altri 35 sono gestiti da Enel, ndr) ci sono quasi 50 mc di acqua. Va detto però che non tutti i terreni sono raggiunti dai servizi di irrigazione. Il Consorzio, per dire, ha meno del 4% dell’intera superficie agricola marchigiana sotto la sua sfera: 18mila ettari nelle vallate del Foglia, del Musone, del Tenna, dell’Aso e del Tronto, contro un totale di 500mila ettari. Acqua che finisce anche nei rubinetti di casa. In Provincia di Ancona, ad esempio, i Comuni della Valmusone (circa 150mila abitanti tra cui quelli di Osimo, Castelfidardo, Camerano, Numana e Sirolo) l’acqua è quella proveniente dall’invaso di Castriccioni (Cingoli) che al momento è a 35 milioni di mc su una capacità complessiva di 42. «Nonostante la scarsa piovosità invernale e primaverile – dicono dal Consorzio – le limitazioni di invaso imposte dal terremoto e un giugno record per gli alti livelli di temperatura raggiunti, gli invasi sono ancora in grado di garantire l’irrigazione e l’acqua potabile per le popolazioni servite».

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La situazione, tuttavia, non va presa alla leggera. Le previsioni della prima quindicina di luglio non prevedono precipitazioni. Per questo il Consorzio ha già impostato, con gli agricoltori, limitazioni del consumo (solo a sostegno delle coltivazioni e irrigazione notturna per risparmiare il 60/70% delle risorse) e invitato i cittadini alla parsimonia. Questo ora. E il futuro? Il Consorzio spinge sulla gestione unica della risorsa acqua. E chiama in causa la Regione. «C’è assoluta necessità – rilancia Claudio Netti, presidente del Consorzio – di arrivare a un unico centro di riferimento per le acque potabili, un Aato unico regionale. Rinunciando, tutti, ai propri egoismi. La Regione? Si stava iniziando un percorso ma poi, con l’emergenza terremoto, è finito dietro ben altre priorità». Di concreto per ora c’è poco. Ante agosto 2016, nessuna delibera o atto di indirizzo che indichi il superamento della gestione spezzettata del servizio idrico (ad esempio di Marche Multiservizi e Aset per la provincia di Pesaro, Multiservizi per Ancona, Ciip per l’Ascolano, eccetera). Intanto Coldiretti Marche ha stimato a giugno, temperature superiori di 2,9 gradi e -79% di pioggia rispetto allo scorso anno con ripercussioni su mais, girasole, ortaggi ma anche per il bestiame: le mucche che a causa dello stress da caldo stanno producendo fino al 20% di latte in meno. «Le dighe – conclude Maiani – sono una risorsa e un’opportunità perché, oltre a rendere disponibili risorse strategiche, mitigano i problemi idraulici del nostro territorio. Occorre pensare anche a politiche di gestione dei boschi perché oggi sono manutenuti male: tutta l’acqua che cade arriva nei fiumi, gli argini non tengono e nei fondovalle ci sono le città. L’Aato unico? Potrebbe chiamarsi Marche Acqua. In Lazio, Abruzzo e Umbria lo hanno già fatto».
 

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