«Tornare ad investire al Piano, il rischio è che si formino veri e propri ghetti»

Ora sulla vivibilità del quartiere Piano è intervenuto anche il consigliere comunale Sel-ABC Francesco Rubini per cui l'integrazione va bene, ma la repressione non serve

Francesco Rubini

Per qualcuno c’è un problema sicurezza al Piano. Per altri è un modello di convivenza. Per alcuni residenti, dopo un certa ora non si può più stare tranquilli mentre per i commercianti, chi ne parla male, lo fa perché non vive la realtà del quartiere. Per D’Angelo i commercianti però non la dicono tutta perché conviene nascondere la polvere sotto il tappeto e allora serve repressione e integrazione attraverso nuovi luoghi di aggregazione. Ora sulla vivibilità del quartiere Piano è intervenuto anche il consigliere comunale Sel-ABC Francesco Rubini per cui l’integrazione va bene, ma la repressione non serve.

«Due premesse. La prima è la trasformazione urbanistica che ha vissuto Ancona in questi anni, nella misura in cui tutte destinazione d’uso di locali come cinema, teatri e piccole attività artigiane, sono state trasferite nei grandi centri commerciali e cinema multisala, svuotando pezzi di città e sgretolando il tessuto sociale. La seconda è che hanno ragione i commercianti, nel senso che credo il Piano sia esempio di luogo vissuto, in cui le persone, al di là della nazionalità, abitano una zona che in effetti è tornata a vivere dopo molto tempo. E’ chiaro che la presenza di culture diverse determina delle risorse ma anche delle problematiche, di fronte alle quali però la soluzione non è l’approccio repressivo di D’Angelo. E’ impossibile pattugliare intere zone della città». Rubini sarà impossibile pattugliare l’intera città ma un quartiere può essere presidiato di più non crede? «Sì però se due agenti stanno fissi lì poi non stanno dalle altre parti dove servono. Ma la vera sfida è tornare a vivere i quartieri con tutta una serie di iniziative». Ad esempio? «Io penso che il Comune debba tornare a fare quello che una volta facevano le circoscrizioni, fare progetti educativi e sociali creati magari da una consulta popolare e democratica, penso ad un front office, a progetti sportivi, anche insieme a delle eccellenza come i Salesiani». Ma quindi al Piano secondo lei non c’è un problema sicurezza? «Secondo me esiste un problema sicurezza nella misura in cui non si realizza a pieno l’integrazione dei vari popoli che animano il quartiere. Solo così verrebbero meno certi fenomeni di deriva sociale dettati dalla crisi economica ed emarginazione sociale. L’alternativa è il crearsi di ghetti». 

L'intervista a Italo D'Angelo

Dunque il problema sono le problematiche lavorative e di crisi economica che, all’interno di un tessuto sociale sfilacciato dove le tante etnie non si incontrano per mancanza di luoghi inclusivi. Ma allora il rischio è che il Piano possa davvero diventare come le nostre banlieue parigine? «E’ evidente che in questa città sono state fatte delle scelte politiche precise, che hanno lasciato libera iniziativa ai privati. Ma se non si investe non si crea inclusione e se non c’è integrazione il rischio è che si possa arrivare allo scontro culturale perché poi è ovvio che, la crisi economica e lavorativa si risolve puntando il dito contro il diverso».

La posizione dei commercianti in una lettera

Lei ha parlato di ghetti. D’Angelo è d’accordo con la Mancinelli per cui sulle abitazioni non si può intervenire. Lei è d’accordo? «Qui torniamo alla prima premessa, quella spinta ad uscire non solo delle attività commerciali ma anche delle residenze per cui gli anconetani hanno antropizzato i quartieri nuovi e questo ha comportato il riempimento dei quartieri dormitorio a sud mentre nei centri sono arrivati i nuovi quindi piano e lì la proprietà privata loca a chi vuole. Però però io credo che la politica possa dialogare con le categorie professionali, immaginando un protocollo di intesa con i proprietari delle case per cercare di evitare di svendere a due lire gli appartamenti poi tenuti in condizioni pietosi, a volte anche di illegalità. Gli studenti lo fanno». Si ma quello che propone lei richiede mica poche risorse da investire. «Infatti tutto parte dalla madre di tutti i problemi: la gabbia economica-finanziaria in cui sono stretti i Comuni per colpa del vincolo di bilancio che, dall’Europa, scende a cascata sul Governo e sugli enti locali, che non possono più investire nel territorio».

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