Carceri, ad Ancona 104 casi di autolesionismo nel 2014: parla l'avv. Tommaso Rossi

E proprio la Camera Penale di Ancona è impegnata in un monitoraggio delle condizioni delle carceri attraverso la rilevazione di tutta una serie di parametri tramite questionari sottoposti agli addetti ai lavori e alla popolazione carceraria

Tommaso Rossi

I dati dell’Ombudsman ci parlano di 104 casi di autolesionismo nelle carceri anconetane. «Il problema è che, al di là di casi specifici come Aids, malattie immunodepressive o tumori in fase terminale, manca una tipizzazione delle ipotetiche malattie per cui si possa accettare la scarcerazione di un detenuto». Sono le parole del responsabile della Camera Penale di Ancona per l’osservatorio carceri U.C.P.I. l’avvocato Tommaso Rossi che, in riferimento al recente caso di Daniele Zoppi, precisa come il problema risieda proprio lì. In sostanza per la legge, un detenuto potrebbe avere delle patologie che suggeriscano una serie di cure per evitare peggioramenti. Ma, salvo alcuni casi estremi, tutto il resto sarebbe compatibile con la detenzione. «La legge prevede due forme di tutela del detenuto malato. La prima è la sospensione della pena per le cure, la seconda è la detenzione agli arresti domiciliari dove sia agevolato il supporto medico e farmacologico. Ma questo viene accettato dai giudici del Tribunale di Sorveglianza laddove ci siano delle malattie gravi che vengano espressamente ritenute incompatibili con il carcere. Un caso come quello di Zoppi, è chiaramente a discrezione dell’organo decisore che si basa sulle analisi dei medici preposti. Manca una tipizzazione dei casi specifici. Anche se va detto come la Cassazione si sia espressa precisando che non importa quanto sia grave o reversibile la malattia del detenuto, piuttosto se l’espiazione della pena in cella in condizioni in cui versa il malato sia o meno in contrasto con il senso di umanità che deve essere garantito in detenzione, come espresso dall’articolo 27 della Costituzione».

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E proprio la Camera Penale di Ancona è impegnata in un monitoraggio delle condizioni delle carceri  attraverso la rilevazione di tutta una serie di parametri tramite questionari sottoposti agli addetti ai lavori e alla popolazione carceraria. Eppure ancora si muore dentro le celle. «Nelle carceri si muore per vari motivi - prosegue l’avvocato Rossi - I più frequenti sono i suicidi che spesso sono preceduti da atteggiamenti di autolesionismo. Molti sono malati e tutti avrebbero diritto all’assistenza sanitaria. Per questo mi appello perché le morti nelle carceri ci facciano riflettere sulla necessità di alcuni paletti che stabiliscano chi può sostenere il carcere e chi no».

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