Giovedì, 18 Luglio 2024
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Mauro Bergamasco coach per un giorno dei giovanissimi dell'URA Ancona

Il gruppo di atleti dai 6 ai 12 anni ha avuto l’onore di essere allenato dalla leggenda del rugby mondiale Mauro Bergamasco, 106 caps con la maglia azzurra, oggi mental coach e responsabile del progetto Campus Education and Sport

Una giornata davvero speciale quella di giovedì per i giovanissimi dell’Unione Rugbistica Anconitana. Il gruppo di atleti che va dai sei ai 12 anni ha infatti avuto l’onore di essere allenato dalla leggenda del rugby mondiale Mauro Bergamasco, 106 caps con la maglia azzurra, oggi mental coach e responsabile del progetto Campus Education and Sport, realtà sportiva e formativa che da oltre 14 anni ha come obiettivo la crescita personale dei ragazzi attraverso lo sport.

Mauro Bergamasco, come si insegna il rugby ai bambini e quali sono i fondamentali da cui partire?
«Partiamo da un presupposto molto semplice e immediato: il rugby è diverso ad ogni età. Ogni categoria ha una percentuale di rugby effettivo e una grossa percentuale che va a coinvolgere invece altre aree come quella della socialità, dell’empatia, della parte ludica che deve sempre essere trasversale, e dello sviluppo neuromotorio che è fondamentale nei più piccoli. Noi educatori abbiamo la responsabilità bellissima, però altrettanto difficile, di accompagnare il bambino e la bambina nel loro percorso di crescita individuale».

Credi che in Italia, escluso l’alto livello, manchi cultura sportiva? Perché uno sport formativo come il rugby fa fatica ad imporsi?
«Il rugby è uno sport di collisione e di contatto – spiega Bergamasco – che però non ha nulla a che fare con la violenza, che non è regolata da regole. Nel rugby c’è un’aggressività sportiva ben confinata all’interno di norme, regole e consuetudini. C’è la possibilità di mettere insieme la creatività fisica e quella mentale per riuscire a risolvere dei problemi legati alla palla ovale. Il rugby è meno immediato di altri sport ed è percepito come uno sport molto duro, giocato all’aperto anche con le temperature più rigide. In realtà, in base alla categoria, cambia anche di intensità. L’importante è tenere i bambini al sicuro e sempre in attività, coinvolgerli in continuazione e creare un ambiente sempre stimolante che li prenda soprattutto a livello mentale. Un educatore deve essere il leader in campo. I bambini apprendono per emulazione, fanno quello che noi facciamo. Bisogna insegnare con passione e con rafforzi positivi, dare nuovi strumenti per risolvere i problemi nella vita di tutti i giorni. Il rugby è uno sport completo non solo a livello fisico, ma soprattutto a livello mentale».

Come responsabile del progetto Campus Education and Sport stai girando l’Italia, come sta andando questa tappa anconetana?
«Abbiamo visitato diversi club, Ancona ha una società con una struttura veramente importante e mette a disposizione qualcosa di meraviglioso per i giovani e le giovani che si avvicinano a questo sport. L’Ura propone attraverso il suo personale una esperienza di gioco culturalmente elevata. Abbiamo avuto la fortuna di poter vivere insieme un intero pomeriggio sul campo. Ma non solo rugby, la società Education and Sport coinvolge i ragazzi integrando le proprie attività con altre discipline come calcio, volley e il basket. Chi partecipa può scegliere lo sport che preferisce, poi ci sono momenti di aggregazione e contaminazione di esperienze diverse. In questo modo i ragazzi ampliano le proprie prospettive e la visione del circostante».

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