Un anconetano nell'inferno dell'Afghanistan: «La situazione è peggiorata»

Da volontario della Croce Gialla a infermiere formatore per Emergency: ecco la storia di Roberto Maccaroni, 40enne di Ancona in prima linea

Roberto Maccaroni (in maglia nera) mentre assiste un ferito

In Sierra Leone, a Misurata durante la guerra libica tra i ribelli e il deposto colonnello Gheddafi, in Sud Sudan, in Repubblica Centroafricana durante la guerra civile. Le missioni umanitarie, pur con il loro carico emotivo, sono diventate una consuetudine per Roberto Maccaroni, infermiere anconetano dell'azienda Ospedali Riuniti di Torrette e membro di Emergency. Proprio con la ong Maccaroni è recentemente tornato dall'Afghanistan dove ha prestato servizio presso l'ospedale di Lashkar-gah, nella regione meridionale dell'Helmand. 

L'inizio in Croce Gialla

«Tutto è partito dalla Croce Gialla di Ancona – racconta – per la quale sono diventato volontario a 16 anni. Quella che era una passione è diventata poi un lavoro. La prima missione all'estero? In Pakistan con la Protezione Civile regionale durante l'emergenza terremoto del 2005. Poi ho fatto le selezioni e sono entrato in Emergency». Dal 2010 a oggi sono sei le missioni alle quali Maccaroni ha partecipato. Tre di queste in Afghanistan. «Lashkar-gah è diventata una seconda casa per me – dice – e comincio a vedere i cambiamenti che quell'area del paese subisce. Per quanto in Italia si parli pochissimo di Afghanistan, se non per Kabul dove spesso ci sono attentati ma dove la città riesce a vivere anche una dimensione di "normalità", a Lashkar-gah la guerra è la quotidianità. Là sono nati e si sono formati i talebani. Là si è svolto e si svolge ancora il grosso dei combattimenti. Ogni giorno si sentono spari, bombe che esplodono».

Vita in prima linea

Non è semplice la vita di chi opera in prima linea. Si passano 14/15 ore al giorno in ospedale. Poi si va a casa e ci si resta. Troppo rischioso andarsene in giro. L'ospedale ogni 20 giorni è chiamato ad attuare il piano di maxi emergenza: l'arrivo in pochissimo tempo di oltre 20 feriti. «Nei tre mesi della mia ultima permanenza abbiamo avuto quattro emergenze – prosegue l'infermiere – una volta 85 feriti, la seconda volta 45. Sono questi i numeri con cui abbiamo a che fare. Il triage esterno valuta i casi in poco tempo: chi deve essere operato con estrema urgenza, chi può attendere, chi è talmente grave da rendere vano ogni tentativo viene messo insieme ai feriti lievi. Siamo preparati a questo. Ognuno, medici, infermieri e personale ausiliario, sa cosa deve fare». L'ospedale di Emergency lavora a stretto contatto con il nosocomio statale (supportato da Medici senza Frontiere). Contatto logistico (le due strutture sono attigue) ma anche professionale con continui scambi di informazioni e collaborazione. 

I talebani

«Forniamo cure gratuite a tutti – continua – e spesso abbiamo feriti di opposte fazioni in letti vicini. Solo in un paio di casi abbiamo assistito a momenti di tensione tra loro. Per il resto sono feriti gravi, magari amputati, che non hanno alcuna voglia di litigare. I talebani, giovanissimi, nel tempo hanno migliorato la loro incisività bellica. Ce ne rendiamo conto dalla precisione dei colpi che ritroviamo sui feriti. Ogni anno i pazienti aumentano del 100% e c'è un grosso impiego di mine non convenzionali, artigianali, i cui effetti sono imprevedibili. Gli stessi medici preparati per la chirugia di guerra sono impreparati di fronte a ordigni che al loro interno contengono di tutto: ferro, pezzi di legno. Una volta abbiamo trovato anche un anello tra le schegge».

Mai abituarsi

Sono diversi gli anconetani che, come Maccaroni, portano aiuto nelle zone di guerra o dove ci sono emergenze sanitarie e sociali. Da Torrette, dal Salesi, dall'Inrca. «Molti giovani infermieri mi fanno domande e pensano che siano grandi esperienze – conclude – ma questo è un modo di vedere le cose che detesto. La missione non è strumento per fare un’esperienza. È il medico o l’infermiere che si fa strumento di un progetto per aiutare. Frequento molti corsi di formazione per cercare di trasferire le mie conoscenze al personale locale. Quando arrivo sul posto sono felice di ritrovare i colleghi afghani e riprendere con loro il programma di formazione. Il brutto è andare via. Personalmente mi sento in colpa perché quando li saluto mi sento di lasciarli all’inferno. Io sto tre, massimo sei mesi, loro restano lì sempre. Il vero incubo è tornare e non trovare qualcuno dei colleghi perché è stato colpito. Il rischio per noi e abituarsi: non bisogna mai abbassare la guardia perché è una questione di sicurezza ma consente anche di preservare una certa interiorità. Pensare normale che scoppi una bomba ogni tre minuti mi farebbe perdere la mia umanità. Che è strettamente legata alla mia professionalità».

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