«Le Marche non hanno una camera iperbarica», cosa fare per l'intossicazione da monossido

Cos'è e come uccide il monossido di carbonio? Lo spiega il dirigente di Neuroanestesia dell'ospedale regionale di Torrette, che svela una mancanza importante nelle strutture della regione

Pietro Paolo Martorano

E’ un killer subdolo, capace di uccidere senza alcun tipo di allarme perché trasforma l’ossigeno in veleno e lo consegna dritto al suo più grande fruitore, il cervello. Il monossido di carbonio, che la scorsa notte ha ucciso una bambina di 11 anni a Sassoferrato, porta alla morte quando la sua concentrazione nel sangue è superiore al 35%. A spiegare il meccanismo letale del monossido e le precauzioni da adottare per soccorrere una persona intossicata è il dottor Pietro Paolo Martorano, dirigente medico di Neuroanestesia dell’Azienda Ospedali Riuniti di Ancona, che però accende i riflettori anche su una mancanza negli ospedali pubblici marchigiani: l’assenza di una camera iperbarica. «Per i casi più gravi di intossicazione il paziente va trattato con ossigenoterapia, che deve essere effettuata entro 12 ore dall’insorgenza dell’evento, ma nelle Marche non siamo messi benissimo perché c’è solo un centro privato di ossigenoterapia iperbarica (a Fano, ndr) con tutti i limiti legati alla gestione non h24». Sulla questione ha fatto luce il direttore generale dell’Azienda Ospedali Riuniti di Ancona, Michele Caporossi: «Quella delle camere iperbariche è una questione complessa che va studiata in termini di programmazione regionale, perché nel tempo le indicazioni per la medicina iperbarica si sono modificate. Rispetto a questo noi siamo pronti a fare la nostra parte all’interno delle indicazioni della Regione. Si tratta di un investimento importante e corposo, non può essere un’iniziativa fatta dall’azienda, noi apparteniamo al servizio sanitario regionale e alla sua programmazione sanitaria». 

La camera iperbarica è l’ultimo stadio della cura, l’intossicazione da monossido di carbonio è graduale e la scalata di sintomi può essere inizialmente confusa con semplice stanchezza. «Il monossido è un prodotto derivato dalla combustione e rappresenta una tossicosi infida perché praticamente asintomatica- spiega Martorano- i sintomi aumentano man mano che sale la concentrazione di monossido nel sangue. Inizialmente, quando la concentrazione è tra il 2 e il 5% si hanno sintomi aspecifici come nausea, cefalea, senso di stanchezza o spossatezza. Tra il 25 e il 35% partono le convulsioni e oltre il 35% ci si addormenta in un sonno che può essere mortale». Il killer ha un nome specifico: carbossiemoglobina. «il monossido ha la capacità di legarsi al vettore che porta l’ossigeno nell’organismo, cioè l’emoglobina. Si crea quindi la carbossiemoglobina, cioè un’emoglobina dopata che non è più in grado di trasportare ossigeno a tutti i tessuti e con una concentrazione tra il 2 e il 35% provoca un corteo sintomatologico ingravescente che può portare alla morte. Il problema è che non ci si rende conto del passaggio dall’intossicazione moderata a quella grave. Non si riesce a fare 2+2». 

Per essere in pericolo «basta un camino con una canna fumaria otturata, quindi il messaggio è quello di avere cura il più possibile delle canne fumaria, dello scarico dei motori e delle ventilazioni dell’ambiente. Questo è il motivo per cui nelle cucine oggi è obbligatoria la presa d’aria esterna». Ma cosa c’è da sapere se ci si trova a dover soccorrere un intossicato? «Il modo più immediato è portare via la persona dall’area in cui è presente il gas diffuso ma anche in quel caso servono precauzioni. Molte persone muoiono perché pretendono di salvare l’intossicato nell’ambiente saturo di monossido. Mai fare questo- avverte il medico-prima di tutto bisogna areare l’ambiente aprendo le finestre ma questo bisogna farlo trattenendo il fiato, perché la molecola è così affine che basta fare 2 o 3 inspirazioni per cominciare a intossicarsi. Il secondo tipo di intervento può essere fatto solo da personale formato aumentando la concentrazione di ossigeno nell’inspirato del paziente. Per i casi più gravi c’è la camera iperbarica, cioè il trattamento di ossigenoterapia, che deve però essere effettuato entro 12 ore dall’insorgenza dell’evento». 

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