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Giovedì, 30 Giugno 2022
Politica

La battaglia di Federico Carboni come monito futuro: «Ora è libero, sta a noi proseguire la sua strada»

Il capogruppo del PD Maurizio Mangialardi si è espresso sul tema ribadendo l’importanza della storia di Federico Carboni

ANCONA- «Ieri è stato il giorno del lutto e del silenzio rispettoso per una vita che non c’è più. Oggi, tuttavia, non posso esimermi da alcune considerazioni sul percorso che ha portato Federico Carboni a vincere la sua battaglia per vedersi riconosciuto il diritto a porre fine alle proprie sofferenze. La prima, e forse la più importante, è quella che tutti noi, a prescindere da come la si pensi, dobbiamo a Federico un immenso ringraziamento per il coraggio dimostrato in questi lunghi anni. Il suo caso, il primo in Italia di suicidio assistito, segna un profondo spartiacque per la storia del nostro Paese». Così il capogruppo regionale del PD Maurizio Mangilardi.

E ancora: «Federico avrebbe potuto fare come tanti, andarsene in Svizzera e ottenere in poco tempo ciò che chiedeva e, soprattutto, ciò che la stragrande maggioranza delle persone probabilmente vorrebbe nelle sue identiche condizioni: semplicemente smettere di provare dolore fisico e morale. Invece ha scelto diversamente, sostenuto in questo dal fondamentale impegno dell’Associazione Luca Coscioni. Ha scelto di combattere una battaglia di tutti, affinché la sua vicenda potesse spingere il Parlamento ad approvare finalmente una legge in linea con il comune sentire dei cittadini italiani, capace di codificare nel nostro ordinamento l’intero complesso di principi, regole e rapporti collegati al tema del fine vita. Una legge in grado anche di far emergere dall’area grigia dell’illegalità una pratica che, senza ipocrisie, sappiamo essere diffusa nonostante i rilevanti rischi di chi si assume l’onere di aiutare coloro che decidono consapevolmente di smettere di stare male. Non era né scontato, né dovuto: per questo Federico merita la gratitudine di tutti noi. E se oggi quella legge è purtroppo ancora lontana, possiamo dire che però, probabilmente, un piccolo passo avanti è stato fatto. La seconda riflessione riguarda il calvario burocratico che Federico ha dovuto patire. Non voglio fare polemica sulle numerose responsabilità politiche di questo dolore aggiuntivo che poteva essergli certamente risparmiato. Non oggi. Tuttavia ritengo sia doveroso richiamare l’attenzione dell’opinione su quanto accaduto e continua accadere nelle nostre Marche.Come ho già detto negli ultimi giorni, non è ammissibile, e forse neppure umano, che l’Asur Marche continui a violare sentenze emesse dai tribunali e a essere continuamente diffidata e denunciata da persone a cui il Comitato etico regionale ha confermato la sussistenza dei quattro requisiti indicati dalla sentenza n. 282 della Corte costituzionale per accedere al suicidio assistito».

Infine: «È avvenuto in ben tre casi su tre e ciò non può non far pensare a una esplicita volontà politica che anziché sostenere e agevolare chi si batte per i propri e altrui diritti, viene ostacolato nel peggiore dei modi dalle istituzioni che invece dovrebbero appoggialo. È ora di dire basta a questo scempio che porta a piegare l’azione del Servizio sanitario regionale alle convinzioni ideologiche di alcuni. L’ultimo pensiero, infine, è per Federico. Le ultime parole che ha voluto lasciarci, pur nel grande dispiacere provato per il destino che lo ha colpito, sono un commovente inno alla vita, così lontano dalla rappresentazione di chi, ancora oggi, etichetta come cultura della morte il pensiero e l’agire di quanti si battono per la libertà e il diritto all’autodeterminazione di ogni essere umano. Tempo fa ho avuto modo di incontrare a Senigallia Federico e neanche per un momento ho avuto modo di riscontrare in lui atteggiamenti sprezzanti nei confronti di chi si ostinava a negargli ciò che la legge invece gli permetteva. Alle prevaricazioni subite opponeva la serenità e la determinazione di chi sa di essere dalla parte della ragione, di chi sa che la vita intrappolata per lunghi anni su un letto non è vita. Un’altra lezione che spero serva a raggiungere quanto prima l’obiettivo per cui si è battuto».

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