Incendio al porto, consiglio comunale straordinario: «Cos'abbiamo respirato davvero?»

Le opposizioni chiedono che la sindaca spieghi alla città cosa ha funzionato e cosa no durante l'emergenza: «Il piano di sicurezza dello scalo risale al 1998»

I consiglieri dell'opposizione

Incendio al porto, mentre si lavora per domare gli ultimi focolai e la Procura ha aperto un fascicolo per accertare eventuali responsabilità, le opposizioni hanno chiesto e ottenuto la convocazione di un consiglio comunale straordinario per affrontare il tema dello scalo dorico, «un’entità sconosciuta e pericolosa nel cuore della città».

Si terrà giovedì 24 settembre alle ore 9, «nonostante la maggioranza inizialmente volesse fissarlo a margine di quello già in programma il 29, dopo la delibera sulla Tari» ed è stata chiesta la partecipazione dei rappresentanti istituzionali e delle forze pubbliche, dal prefetto al comandante dei vigili del fuoco, dai sindacati agli operatori portuali. I rappresentanti delle opposizioni si sto riuniti oggi pomeriggio al ristorante Amarcord e hanno concordato una linea comune. «Stando alle autorità va tutto bene, ma noi riteniamo che ci sia un grosso problema - spiega Stefano Tombolini (60100) -. Chiediamo un focus sulla “seconda città”, il porto. Vogliamo sapere che aria abbiamo respirato, visto che ci sono solo relazioni tecniche ma mancano dati ufficiali. Vogliamo sapere perché non è stato aggiornato il piano di sicurezza del porto che risale al 1998, tant’è che per le operazioni d’emergenza a seguito dell’incendio si è fatto ricorso al piano di sicurezza esterno della Sol. Vogliamo capire che cosa ha funzionato e cosa no e se è riconoscibile un danno alla collettività. Inoltre, sarà l’occasione per rappresentare all’Autorità portuale che il piano regolatore del porto risale al 1994 e si sta modificando radicalmente l’assetto dello scalo senza interpellare la città».

Francesco Rubini (Aic) punta il dito contro il sistema di comunicazione adottato dal Comune: «Tra l’incendio e le prime informazioni è passata una notte intera, molti anconetani hanno dormito con le finestre aperte rischiando di inalare sostanze tossiche, ma il Comune non ha fornito alcuna notizia - dice -: non c’era nemmeno un’auto che girava con l’altoparlante. Si continua a dare per scontato che internet sia l’unico strumento di comunicazione». Daniela Diomedi e Gianluca Quacquarini (M5S) sottolineano come «il Comune tenda all’effetto dimenticanza: quando la puzza passa, il problema è superato. E invece no: serve un’attenzione ferma sulla sicurezza del porto e sulla compatibilità tra le attività e la città. Non esiste che non si sa cosa c’era nei container andati a fuoco. Nel dubbio, la sindaca avrebbe dovuto chiude la città per un principio di precauzione». Antonella Andreoli (Lega) chiede «chiarezza riguardo alle attività che si svolgono all’interno del porto e al piano di sicurezza: se è del 1998, va rivisto. Manca un sistema di allarme per la cittadinanza, non è possibile sapere quello che succede di notte sui social. Chiediamo chiarezza anche sul materiale che viene stoccato negli stabilimenti: la cosa sconcertante è che la mattina seguente al rogo non si sapeva bene cosa vi fosse contenuto. Un ringraziamento va a tutti coloro che hanno partecipato allo spegnimento dell’incendio, a partire dai vigili del fuoco». Daniele Berardinelli (Forza Italia) esprime «preoccupazione per l’occupazione perché le imprese del porto ventilano la possibilità di licenziamenti. Il Comune aiuti gli imprenditori e faccia di tutto per evitare che a pagare le conseguenze di questo disastro siano i lavoratori». Andrea Vecchietti (M5S) chiude con una riflessione: «Possibile che non ci sia al porto una centralina per la rilevazione dell’inquinamento?».

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