Cronaca

L’infermiere vaccinato: «Sì all'obbligo, mi vergogno dei colleghi che non vogliono farlo»

Michele Bitondi, infermiere di rianimazione clinica a Torrette, vaccinato contro il Covid: «E’ da marzo che mettiamo gente nei sacchi neri, se ne esce solo con il vaccino»

Michele Bitondi durante la vaccinazione

«A tre giorni di distanza sto ancora bene, ho avuto solo un po’ male il braccio perché parliamo di un vaccino che era conservato a -70 gradi, ma dopo un’oretta era già  passato tutto». Michele Bitondi, 43enne di Manfredonia e dal 2003 infermiere di rianimazione clinica all’ospedale di Torrette, è uno dei primi nelle Marche a ricevere il vaccino anti-Covid lo scorso 27 dicembre. Di questa scelta era ed è talmente convinto che non usa mezzi termini: «Sento di operatori sanitari e medici che non vogliono farlo, sinceramente mi quasi vergogno di far parte della stessa categoria- dice l’infermiere- questo vaccino lo renderei obbligatorio per tutti, a maggior ragione per loro, perché noi qui da marzo non facciamo che mettere persone dentro i sacchi neri. Non è questo il nostro lavoro». Per quanto riguarda la popolazione: «Stessa cosa, non puoi sperare nel buonsenso delle persone- continua Michele- in troppi fanno come vogliono, vai in giro e vedi nasi scoperti senza pensare che il virus lo prendi da lì e non dalla bocca». Ai negazionisti invece un messaggio ancora più diretto: «Vorrei che venissero per un giorno qui da noi a vedere in che stato sono gli occhi delle persone che stanno per andarsene, attaccate alla Ecmo (ossigenazione extracorporea) con il sangue ormai scoagulato e le conseguenze evidenti di tutte le terapie. Certo, poi ci sono anche quelli che abbiamo salvato- continua l’infermiere- gente che ci ringrazia con dei video e quella è la nostra unica soddisfazione». Nessun dubbio prima, né pentimento dopo: «Il timore di molti è che il vaccino sia stato sviluppato troppo presto, ma ci può stare. Servono anni per produrne uno semplicemente perché servono i soldi- dice l’infermiere- in questo caso si sono mossi grandi colossi e gli stessi Stati hanno investito tanto denaro, quindi non è strano che ci sia voluto così poco tempo». 

Quando domenica mattina Michele ha ricevuto il vaccino ha pensato ai 10 mesi da inferno. «Appena mi hanno iniettato la dose ho pensato a marzo, alla prima volta in cui ho indossato questo equipaggiamento che mi fa somigliare a un’astronauta. Ora sì, in parte mi sento fuori dall’incubo, anche se il 18 gennaio dovrò fare il richiamo e continuerò a rispettare tutte le regole di sicurezza». Paura? «No, anzi, orgoglio per essere stato uno dei primi- conclude Michele- nel mio reparto siamo una cinquantina e da quello che so lo faranno tutti. Posso solo dire che da quando è iniziato questo incubo non vedevamo l'ora che arrivasse il vaccino, e penso ancora che sia l'unica via di uscita». 

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