Martedì, 21 Settembre 2021
Cronaca Camerano

Nell’inferno dell’Heysel: «Schiacciato contro la transenna, non respiravo più»

Due cameranesi nello stadio dove si consumò una delle più grandi tragedie del calcio: «Trovai il mio amico negli spogliatoi con una gamba ferita».

«Non posso escludere di essermi trovato io stesso a dover camminare sulle persone che erano a terra». E’ solo uno dei lampi nella memoria di un residente di Camerano, che ha preferito restare nell’anonimato e che era presente il 29 maggio del 1985 allo stadio Heysel di Bruxelles. Quel giorno, in quel luogo, si consumò una delle tragedie più gravi della storia del calcio. Si giocava la finale di Coppa Campioni tra Juventus e Liverpool, poco prima del calcio d’inizio i disordini sugli spalti provocati dagli hooligans inglesi causarono la morte di 39 persone (32 italiani) e il ferimento di 600. Su quelle tribune c’era anche una decina di supporters arrivati dalle Marche, tra cui anconetani partiti con un pullman da Torrette e cameranesi. 

Il ricordo

Il testimone guarda la targa commemorativa che da oggi pomeriggio dà il nome all’area sportiva di via Scandalli. E’ stata proposta dall’associazione “Camerano bianconera” e inaugurata oggi dall’assessore comunale allo sport Marco Principi, dal consigliere comunale Lorenzo Rabini e dal segretario dell’associazione Massimo Battistoni. «Qui oggi si ricordano le vittime, io sono un sopravvissuto ma me la sono vista brutta» racconta il testimone. «In due eravamo schiacciati contro la balaustra, costituita da una semplice barra a ferro di cavallo, e non respiravo più. Avevo la gente addosso, quando la pressione si allentò riuscii a scappare sul campo ed evitai la manganellata di un poliziotti che ancora non aveva capito cosa stesse succedendo, pensava a una invasione del terreno di gioco. E’ probabile che io stesso sia passato su qualche persona. Trovai un mio amico negli spogliatoi, ferito ad una gamba, chiesi dove lo avrebbero portato ma non me lo seppero dire». Non si poteva chiamare a casa con la facilità di oggi: «Tra noi italiani c’era un uomo che lavorava all’allora Sip, la società per le telecomunicazioni. Non chiedetemi come, riuscì a creare un ponte telefonico con l’Italia e riuscimmo a turno a chiamare i parenti per dire che stavamo bene». All’Heysel c’era anche un altro cameranese, Adalberto Magnante: «Io ero nel settore più lontano, non posso dire di aver rischiato la vita. Cosa ricordo? Che all’ingresso non mi staccarono neppure il biglietto. Le curve erano fatiscenti, c’era il tufo che si poteva facilmente staccare e tirare- ricorda Adalberto- per i 5 anni successivi non sono più andato a vedere una partita». 

La cerimonia

Circa 50 persone hanno partecipato all’intitolazione dell’area sportiva, tra cui il vicepresidente del direttivo "Camerano bianconera" Marco Isolani, tra i primi a posare la pietra del ceppo commemorativo. Tutti sono arrivati a piedi dalla sede dell’associazione, con addosso maglietta e mascherina commemorativa. Sulla prima, una semplice scritta: “Per non dimenticare, Heysel, 25 maggio 1985”. Sulle mascherine, un pensiero: “Nessuna persona è morta finché vive nel cuore di chi resta”. «Chi era presente non ci racconta quella storia come se fossimo al bar a fare colazione- spiega Battistoni- ma tutti ci dicono che nessuno si era reso conto di quello che stava realmente succedendo. Cosa insegna quel giorno? Lo ribadiamo nel perché siamo qui oggi, e cioè che non si può e non si deve morire per guardare una partita». 
 

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