Terremoto: «Rimandati a morire tra le macerie, in un anno nulla è cambiato»

La denuncia di Susanna (nome di fantasia), cittadina di Colle, una frazione di Arquata, in cui i cittadini sono stati rimandati nelle case nonostante sia tutto pericolante: "Viviamo con il pensiero che ci possa crollare qualcosa addosso"

La situazione e Colle di Arquata

«Ci hanno rimandato a vivere in un paese pericolante, dove si rischia la vita anche soltanto camminando. E' passato un anno dal terremoto e ancora non è stato fatto nulla»: a parlare è Susanna (nome di fantasia), una donna che vive da 20 anni a Colle, piccola frazione di Arquata del Tronto, uno dei luoghi colpiti dal sisma dello scorso 24 agosto. Susanna, che ha preferito non far comparire la sua vera identità, denuncia una situazione che è ai limiti dell'assurdo, che riguarda lei, la sua famiglia e molti altri suoi compaesani: «Dal 30 ottobre ci hanno rimandato nella nostra casa, considerata agibile ma con pericolo esterno. Che vuol dire: la nostra sta in piedi, ma tutto quello che c'è intorno è pericolante. In particolare – continua Susanna – l'abitazione vicino alla nostra ha avuto diversi cedimenti, tra cui quello del 30 agosto scorso, in cui il comignolo e parte del tetto sono franate sulla mia casa. Se quel giorno fossimo stati dentro non so cosa ci sarebbe potuto succedere».

Le case poco sicure e il pericolo dei massi 

Per fortuna lei e tutta la sua famiglia erano già stati trasferiti a San Benedetto del Tronto dopo la scossa del 24 agosto, ma adesso che sono tornati a casa, l'abitazione dei vicini è ancora nella medesima situazione: «Non è neanche stata puntellata, io vivo ogni giorno con il pensiero che possa succedere una tragedia». Nonostante Colle sia stata una delle frazioni a subire meno danni, è un posto in cui si corrono dei pericoli non soltanto nel perimetro del paesino, ma anche nella strada per andarci, come confermato dalla stessa Susanna: «Per noi il problema è doppio. Per arrivare a Colle bisogna percorrere una strada che costeggia la montagna, con il costante rischio di caduta massi. Sono 20 anni che esiste il progetto di una galleria che eviti quel tragitto, ma ad oggi non è stato fatto nessun tipo di lavoro, nonostante siano venuti più volte degli ingegneri a fare dei sopralluoghi». Strade interrotte, edifici pericolanti e macerie ovunque: questo è lo scenario in cui gli abitanti di Colle sono tornati a vivere: «Quando siamo tornati il Paese era nelle medesime condizioni di quando lo avevamo lasciato. La mia casa è rimasta in piedi perché avevamo fatto da poco dei lavori di ristrutturazione, ma il pericolo è fuori. Mia madre ha paura anche ad andare in cantina. Quando siamo tornati non c'era neanche il gas, soltanto dopo una nostra telefonata alla Piceno Gas abbiamo riavuto l'allaccio».

La questione del ritorno a Colle

Ma allora perché le famiglie di Colle sono state fatte tornare nelle loro abitazioni se c'era questo pericolo? Secondo Susanna la colpa è di alcuni suoi compaesani: «Altro che solidarietà, la delusione più grande sono stati alcune famiglie del mio Paese. Appena il presidio dei militari è stato tolto, queste persone sono tornate a vivere nel Paese, fregandosene delle multe e delle restrizioni, usufruendo delle agevolazioni e dei fondi dati a chi aveva allevamenti o terreni agricoli». Un comportamento “dettato dall'ignoranza” ma anche dalla mancanza di controlli, che ha provocato un effetto domino su tutti gli abitanti di Colle: «Nella zona soltanto nella nostra frazione ci sono state persone che sono tornate a vivere nella zona rossa prima del dovuto e il Comune quando lo ha scoperto cosa ha fatto? Invece di mandare via chi aveva violato le regole, ha rimandato a casa tutti gli altri. Mettendoci in una situazione di pericolo costante. Addirittura – continua lo sfogo Susanna – ci sono persone che si sono aperte la partita Iva soltanto perché hanno scoperto che avrebbero potuto ottenere un bonus di 5mila euro. Il tutto per poter avere più soldi dallo Stato». Una decisione, quella del Comune, che Susanna non ha mandato giù: «Prima dovevano quantomeno rimettere in sicurezza il Paese e poi farci rientrare. Mi sembra assurdo, ma per colpa dei miei compaesani ci hanno rimandato qui, con il rischio di morire da un momento all'altro».

Una roulotte per dormire al sicuro

Proprio per dormire al sicuro, Susanna e la sua famiglia hanno chiesto una roulotte, almeno per passare la notte senza l'incubo che possa crollare tutto, ma anche su questa richiesta la donna ha incontrato molti ostacoli: «Sempre le solite famiglie avevano occupato tutte le aree per roulotte, anche con 4-5 veicoli per famiglia, così noi abbiamo dovuto optare per una zona diversa. La beffa è che una famiglia come la mia, che non naviga nell'oro, ha dovuto pagare di tasca propria le spese per l'arrivo della roulotte, mentre le famiglie più abbienti hanno potuto usufruire degli aiuti economici». La roulotte per passare la notte in serenità è un piccolo passo per Susanna e i suoi familiari, ma c'è un'altra cosa che vorrebbe e in cui ci ha chiesto aiuto: trovare un lavoro per lei e per suo fratello. «Non vogliamo altro che la dignità di lavorare e di poter vivere, non siamo una famiglia ricca, mia mamma è in pensione, mio fratello è disoccupato e io ho un contratto di sei mesi che scadrà a settembre». Non manca molto quindi. 

L'appello

L'appello di Susanna, a cui si accoda anche Today, è rivolto a chiunque possa dare una mano a questa famiglia, offrendo un'occupazione di qualsiasi genere: «Ho esperienza nella ristorazione - conclude Susanna - ma nella vita a fatto di tutto, dalle pulizie al lavoro in fabbrica, quindi serei disposta a mettermi in gioco in qualsiasi professione che mi venisse proposta. Mio fratello ha invece ha molti anni di esperienza nel lavoro da manovale. Chiunque ci possa dare una mano si faccia avanti». 

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