FIACCOLE PER NON DIMENTICARE

Ecco la cronaca della notte di commemorazione delle vittime del terremoto che si è tenuta a Pescara del Tronto, dove alle 3,36 del 24 agosto 2016 persero la vita più di 50 persone

Durante la fiaccolata

Se non fosse per il calendario capace di confermare con massima precisione lo scandire del 365° giorno successivo al 24 agosto 2016, non tutti giurerebbero di trovarsi ad un anno esatto dal terremoto. Quello che ha colpito il Centro Italia distruggendo la frazione di Pescara nel comune di Arquata del Tronto (Ascoli Piceno). C’è una sensazione strana per coloro che ieri sono tornati lassù, nel ventre della montagna, tale da far perdere la concezione dello spazio e del tempo. Ci sono momenti in cui sembra passato un secolo, mentre in altri sembra che l’Appenino abbia tremato pochi istanti prima. Spiegherebbe come il dolore possa essere ancora così grande e le lacrime così fresche. Eppure è passato esattamente un anno dalla tragedia di Pescara del Tronto in cui persero la vita 52 persone. Ma la memoria deve restare viva. Per questo gli arquatesi hanno deciso di ritrovarsi. Per non dimenticare, per commemorare le vittime, ma anche perché oggi, per chi ha perso tutto in pochi minuti di inferno, l’unica cosa capace di tenere viva la speranza per il futuro è la consapevolezza di potersi ritrovare ancora come una comunità, fatta di uomini e donne che si vogliono ancora bene. 

E’ così che stanotte gli arquatani si sono ritrovati per commemorare le vittime del terremoto, in una notte di preghiera organizzata dell’associazione “Pescara del Tronto 24-8-16”, le parrocchie e con il patrocinio del Comune di Arquata del Tronto. Intorno a mezzanotte sono arrivati in centinaia al Blue bar di Trisungo, dove alcune navette hanno fatto spola dalla Salaria fino al bivio di Santa Lucia e bivio Tufo, al confine con la frazione di Pescara. Poi si è mosso il corteo per una fiaccolata a cui hanno partecipato anche esponenti dell’Arma dei Carabinieri, dell’Esercito, della Protezione Civile, della Croce Rossa Marche e della Polizia di Stato. Una marcia silenziosa in mezzo alle macerie fino ad arrivare al parco giochi di Pescara. Intorno all’1,40 è iniziata la messa celebrata dal vescovo di Ascoli Piceno monsignor Giovanni D’Ercole che ha mandato un messaggio d’amore a tutti:

“Questa sera sono qui per dirvi che non vi abbandono. Sono qui per dirvi che finché ci sarò io, farò il possibile per ricostruire insieme la comunità. Per le case ci vorrà tempo, ma la comunità sì, quella la possiamo ritrovare insieme superando le divisioni e volendoci bene perché i nostri defunti ci hanno insegnato che dobbiamo amarci per sempre”.

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Tra musica, canti e le testimonianze di chi ha vissuto il sisma sulla propria pelle, tutta Arquata si è stretta in quell’angolo risparmiato dal terremoto, nel parchetto dove rivive l’innocenza dei bimbi che un tempo giocavano felici. Lì dove oggi ci sono ceri, fiori e 17 magliette bianche, su ognuna delle quali è stampata la foto di una vittima, di un padre, una madre, un figlio, un fratello. A pochi passi uno striscione su cui sono raffigurati altri 7 volti. Sono giovani, figli di Arquata morti sotto il crollo delle case, ma che tornano a sorridere in una gigantografia davanti alla quale fermarsi per pregare e piangere. In basso la dedica: “È per te, questo bacio nel vento, te lo manderò lì con altri cento….”.

Tra le lacrime e il dolore del ricordo, monsignore Giovanni D’Ercole ha ricordato i primi momenti subito successivi al terremoto: «La mattina presto ero lì quando ancora non era arrivato nessuno e nell’anima ho impressa un’immagine che mi porterò nella tomba. Ho incontrato Tommaso, figlio di Patrizia e l’ho visto tra le pietre, poi ne ho visti altri, tanti, e ad ognuno ho dato una benedizione. In quell’istante ho sentito di amarvi, ha capito che Dio mi aveva chiamato ad essere un padre per voi». Ma il vescovo ascolano ha poi esortato tutti a guardare al futuro, esistente solo nella forma di una comunità che si ritrova e che rinasce. Partendo dalle piccole cose, da simboli forti come quello dell’acqua, elemento essenziale del monumento eretto nel parco giochi di Pescara e che raffigura un Dio che abbraccia i propri figli terremotati e manda loro quell’acqua che, nei primi minuti dopo il sisma non c’era più, mentre tutti la cercavano per lavare via la polvere dagli occhi e la bocca. 

Vicino al monumento di speranza, si sono poi alternati i racconti di che ce l’ha fatta. «Pensare che torni tutto come prima è un’utopia perché viviamo una quotidianità che tale non è - ha detto una ragazza - Tutte le sere dormiamo con l’ansia e la mattina ringraziamo Dio che siamo qua. Ma se siamo qua vuol dire che qualcosa possiamo fare e allora non dobbiamo rimanere con la tristezza nel cuore e non dobbiamo perdere la speranza. Quando ci abbattiamo, ripensiamo al 24, quando chi era sul posto ha sperimentato una grande unità, chi aveva una giacca l’ha data a chi aveva freddo, chi aveva le scarpe si toglieva i calzini e chi aveva un po’ acqua l’ha messa a disposizione di tutto il paese. La nostra è una croce condivisa».

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Poi alle 3,36, nell’ora esatta in cui la terra aveva tremato, le luci si sono spente per il ricordo solenne delle vittime i cui nomi e cognomi sono stati scanditi accompagnati dal rintocco di una campana, che ha suonato per 52 volte. Un tempo sembrato infinito, durante il quale tutti si sono stretti in un abbraccio fraterno durato un’intera notte, la seconda più lunga della storia di Arquata del Tronto. 

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