Terremoto un anno dopo: ad Arquata 200 casette per il ritorno, ma non c'è più nulla

Sulle montagne marchigiane c'è chi ha cambiato vita dopo il sisma e chi non vuole abbandonare le montagne. La frustrazione a Montegallo è tutta nel messaggio lasciato con una bomboletta spray proprio ai piedi delle inferriate che limitano il passaggio auto: "Odio eterno per Comune e Governo"

Terremoto un anno dopo, Pescara del Tronto

Volgono al termine i cantieri delle casette in costruzione ad Arquata Del Tronto, un anno dopo il terremoto che uccise 50 persone cancellando dalla cartina geografica la frazione di Pescara. Quei mini appartamenti da 40, 60 e 80 metri quadrati, oggi, per qualcuno rappresentano l’unica speranza di restare attaccati ad una quotidianità interrottasi il 24 agosto 2016.

Alcune famiglie hanno cambiato vita, gettandosi tutto alle spalle per ricominciare da zero. Altri non vogliono abbandonare le montagne sulle quali sono cresciuti.

«Io aspetto - ha detto Romina De Felice, operaia in un salumificio di Accumuli - Non vedo l’ora di tornare perché per me sulla costa non è vita. Io non pretendo che sia adesso ma, magari fra 10 anni, sogno di poter tornare nella mia vecchia casa e ricominciare ad Arquata. Sono sola con mio padre, non ci è rimasto nient’altro che la macchina e quelle 4 mura».

Romina tutti i giorni, dalla costa, prende l’auto e torna là a Piedilama. Arriva al container del Comune di Arquata, si fa stampare un pass per residenti ed entra alla zona rossa. Torna in quella che lei chiama “casa”, controlla che tutto sia nel disordine lasciato nella notte del terremoto e si fa forza, mentre intorno, da Piedilama a Pretare fino a Montegallo, ci sono colline di macerie il cui smaltimento non è mai iniziato, in un silenzio opprimente. Ma è proprio lì che Romina torna a sentirsi viva. Dunque le famiglie aspettano il primo vero passo per ricominciare: le casette. In totale 200: 26 a Pescara, 54 a Borgo più altre 32 a Borgo 2, 34 a Pretare, 16 a Piedilama, 16 a Faete e 33 a Spelonga Colle.

Arquata, viaggio nella zona rossa ad un anno dal terremoto

Ma tornare alle casette non significherà tornare alla vita perché tutto intorno non c’è più nulla. Da Borgo fino a Montegallo sono chilometri di strade che si inerpicano fino alle cime più alte delle montagne, in un tour di macerie mai spostate neppure di un centimetro. Motivo per cui le strade sono ancora chiuse e militarizzate dall’Esercito Italiano. Un limite causa di non pochi disagi. In primis ai residenti del comune di Montegallo, tagliato fuori da tutta la parte della vallata verso Castelluccio, con ripercussioni economiche e turistiche disastrose.

La frustrazione dei montegallesi è riassumibile nel messaggio lasciato con una bomboletta spray proprio ai piedi delle inferriate che limitano il passaggio auto: "Odio eterno per Comune e Governo". E allora gli arquatani potranno certo tornare nel proprio comune, ma che ne sarà del lavoro, del commercio, dei luoghi di ritrovo. Che ne sarà della vita vera?

E’ quello che si chiedono tutti i residenti, preoccupati di fronte al progetto di delocalizzazione delle attività commerciali, che vede la riapertura dei bar e i locali ormai inagibili lungo la Salaria.

Siamo qui da 33 anni, abbiamo comprato il terremo per restare qui e adesso ci mettono vicino i bar di Spelonga, Pretare e Piedilama?" si chiede Simona Brandi del Blue Bar, storico locale dell’area servizi che sorge sulla Salaria all’altezza della deviazione per Arquata, oggi gravemente lesionato e tornato a vivere a pochi metri da lì grazie ad un container donato dalla Curia. "Così ci pestiamo i piedi a vicenda - prosegue la barista  ascolana - Così avremo tanti locali e faremo un caffè al giorno a testa. Permette che mi rode? Non funziona nulla, nei paesi ci sono ancora le macerie e tante persone senza lavoro. Abbiamo paura che un giorno dovremo chiudere bottega. Qui è un pianto amaro".

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