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 Una rosa appassita tra le macerie di Pescara del Tronto

Una rosa appassita tra le macerie di Pescara del Tronto

A due mesi dal sisma, il ricordo di AnconaToday: ora c'è da ricostruire una comunità

Noi di AnconaToday non abbiamo trovato modo migliore che ritornare a quei momenti, raccontandoli in modo diverso, attraverso le nostre sensazioni e quei retroscena che magari non trovano spazio nelle cronache

Esattamente due mesi fa le Marche, assieme al Lazio e all'Umbria, vivevano la grande tragedia del terremoto che, solo nell’ascolano, ha ingoiato 50 persone. Celebrati i funerali di Stato e spente le telecamere in diretta no-stop delle tv nazionali, è fondamentale che non cali l'attenzione. In questi due mesi, oltre a raccontare il dramma del terremoto, abbiamo organizzato insieme ai colleghi di E’Tv Marche l'evento #Scossadamare: una serata di raccolta fondi a favore delle vittime marchigiane. Sia ben chiaro, era doveroso e abbiamo solo fatto la stessa cosa di altre centinaia di soggetti pubblici e privati. Oggi, per tornare lì con la memoria, noi di AnconaToday non abbiamo trovato modo migliore che raccontare quei drammatici momenti in modo diverso, attraverso le nostre sensazioni, le nostre paure e quei retroscena vissuti sul posto che magari non trovano spazio nelle cronache, ma sono altrettanto rappresentativi dell’inferno che, in una notte qualsiasi, ha ingoiato Arquata del Tronto, Amatrice, Accumoli e gli altri paesi coinvolti. 

Le 3:36 del mattino del 24 agosto 2016. Ricordo la sensazione. Il letto che fluttua come fosse nel vuoto. Mi sono voltato sull’altro fianco nel tentativo di riaddormentarmi. Avvolto in una sorta di dormiveglia, pensavo fosse la mia immaginazione dato che, non so il motivo, io ogni tanto il terremoto lo sogno. Questa volta no. L’ho capito dopo. Quando mi sono ridestato avevo i muscoli indolenziti e un grande senso di ansia. Ormai sono sveglio. Sul comodino il cellulare squilla in continuazione. Prendo e lo guardo mentre tento di mettere a fuoco lo schermo del mio Iphone. Infiniti messaggi e decine di chiamate. Richiamo il collega Francesco Benigni che non mi lascia parlare: «Ste, c’è stato il terremoto! Ma non l’hai sentito? Sto scrivendo la notizia». Mi alzo. In tv sento i primi notiziari che parlano di danni ad Arquata del Tronto e realizzo che anche le Marche sono state colpite. Questo cambia tutto. Mentre controllo Facebook e Twitter un ricordo mi trapassa la mente: quello di un mio articolo di cultura su varie reliquie religiose presenti nelle Marche scritto anni prima per una rivista locale. Tra queste c’era la Sindone di Arquata del Tronto. E infatti, scorrendo la rubrica del cellulare, trovo ancora il numero di una referente della Pro Loco e di un dipendente comunale. Li chiamo. La prima farfuglia qualcosa che non capisco. La seconda chiamata è quella giusta e lui non poteva essere più chiaro. «Pescara non c’è più! Pescara non c’è più!». Scopro così dell’esistenza di una frazione di Arquata: Pescara del Tronto, una piccola bomboniera arroccata sulla parete dell’appennino ascolano, a pochi chilometri dall’epicentro. Si parte. Con me c’è il collega giornalista di E’Tv Marche Lucio Cristino e il cameraman Antonio Violet. In macchina si parla poco, si ascoltano le flash news ai notiziari radio e capiamo che dobbiamo prepararci al peggio. Quando arriviamo sono le 6:00 circa. Ci buttiamo in mezzo alle macerie. C’è un punto panoramico, una specie di balconata con due panchine. E’ adatto per fare alcune riprese. Ma quale punto panoramico, quali panchine…Erano due divani posti su quanto rimaneva del pavimento di una casa, franata in una voragine di almeno 10 metri proprio sotto di noi. Arriva una scossa. Fortissima. Ci piega le ginocchia e ci allontaniamo subito. Ci saremmo resi conto solo i giorni successivi di quanto avevamo rischiato. Mentre ci spostiamo incontriamo alcune persone che stanno lasciando le proprie case. Sono infreddoliti e sotto choc. Sento le urla provenire da sotto le macerie. Dall’altra parte la disperazione di chi non trova più un familiare. «Casa mia non ci sta più! Nemmeno la chiesa Renà, non ci sta più Pescara. E’ la fine del mondo!» urla al telefono una donna. E’ l’inizio  di tutto. La cronaca di una tragedia immane. 

Ma il terremoto che ha colpito il Centro Italia non ha solo distrutto case e ucciso persone. Ha fatto di peggio: ha colpito il cuore di un tessuto sociale sano e solidale. Si potrebbe raccontare di Marisol, morta sotto le macerie a soli 18 mesi. Della piccola Giorgia, estratta viva dai Vigili del Fuoco dopo essere stata trovata accanto alla sorellina morta. Si potrebbe parlare di Giuseppe, vivo per miracolo dopo essere sprofondato con tutta la camera da letto in cantina. Ma è stato già tutto consegnato alla storia. Con i video, le parole, le testimonianze. E’ già stata fatta la conta dei deceduti e dei danni. Oggi serve mantenere l’attenzione sul solco più profondo: il sisma non ha solo distrutto un paese, ha spezzato la spina dorsale di una comunità. L’ho capito quando ho incrociato un uomo che mi ha riconosciuto come giornalista e mi ha preso per un braccio dicendo: «Ho scavato finché non ho trovato mio nipote, devi raccontare che se ci rimane qualcosa lo dobbiamo a Lei» mentre indica la statua di una Madonna, caduta a terra ma intatta. La stessa a cui si sono affidati tantissimi altri sopravvissuti. Ho scoperto una comunità quando ho visto quelle poche centinaia di famiglie radunarsi nella tendopoli di Borgo il giorno dopo, quando mi hanno spiegato che a Pescara ci si conosceva tutti, quando ho parlato con il macellaio del paese, quando ho visto Kid, il cane randagio adottato da tutta la frazione e rimasto a guardia della cittadina dopo il sisma, quando i funerali delle vittime sono diventati i funerali di tutti, quando ho conosciuto Giuseppe che, a 19 anni, deve fare i conti con un’esperienza pesantissima: aver visto due amici morire sotto il crollo di una casa. Come lui, quei due ragazzi scomparsi sotto i mattoni e la cenere facevano parte di un gruppo di giovani che ogni estate si ritrovava lì, a Pescara, nelle case dei genitori e dei nonni migrati decenni prima ad Ascoli o a Roma in cerca di un lavoro. Ragazzi, accomunati dalle proprie radici e dalle origini dei propri familiari, che ogni estate si rivedono per trascorrere le vacanze nella spensieratezza di chi ha tra i 20 e i 25 anni. Cresciuti altrove, per cui qualcuno tifa Roma e appende la bandiera della “Magica” alla finestra della casetta a Pescara. La stessa bandiera che sventola ancora su uno dei pochi palazzi rimasti in piedi. Per l’estate, il Natale, la Pasqua erano tutti lì, a Pescara, comunque amici. Chi era già partito, quando ha saputo del terremoto, ha preso altre ferie ed é tornato indietro per stare vicino agli amici sopravvissuti. Ridando una parvenza di linfa ad un tessuto sociale fatto a brandelli, che prova a ripartire. Non è più tempo dell’emergenza. Ora servono le case. Serve il lavoro. Ma soprattutto serve vincere la sfida più grande: rinascere come comunità. Sarà possibile se i cittadini di Arquata non saranno lasciati soli perché quella comunità è la nostra, siamo noi. Ora è il momento più duro: dopo la reazione adrenalinica, arriva la consapevolezza di un dolore insopportabile. Ora serve mantenere da parte di tutti un’attenzione lucida e costante su quella terra affinché le istituzioni pubbliche non cedano un centimetro nel processo di ricostruzione, scongiurando l'ipotesi che la politica, che non è altro da noi, possa fallire tra le grida soffocate di chi cerca ancora aiuto. Solo così i cittadini di Arquata del Tronto e Pescara potranno riavere una casa e un lavoro prima e tornare ad essere comunità poi. Potranno un giorno tornare alla vita vera. 

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