Rischiava di morire nella rete del peschereccio, la tartaruga Dida torna in mare

L’esemplare di tartaruga caretta-caretta è stato rilasciato in mare dai collaboratori del progetto Tartalife. Poche ore prima era rimasta intrappolata nella rete di un peschereccio

Giada Bargione (a sinistra) e Silvia Angelini con la tartaruga Dida

E' rimasta intrappolata nella rete di un peschereccio al largo del capoluogo, a trascinarcela dentro sono stati i denti di un rapido, un mezzo meccanico utilizzato per la pesca a strascico. Dida però giovedì scorso ha trovato l’equipaggio giusto che nel giro di poco tempo l’ha consegnata ai ricercatori dell'ISMAR - Cnr e questa mattina la piccola tartaruga caretta-caretta è tornata in mare a tre miglia dalla spiaggia di Palombina (GUARDA IL VIDEO)

Dida è una tartaruga che misura 25 cm di lunghezza e 23 di larghezza, pesa oltre 2 Kg e ha circa 6 anni. Non ha ancora raggiunto la maturità sessuale, è un esemplare subadulto, il che rende impossibile sapere se è maschio o femmina. E’ stata chiamata così pochi istanti prima del rilascio in mare per via del nome con cui Sandro Santarelli, l’uomo che l’ha portata al largo con la sua barca a remi, chiama affettuosamente sua figlia. Prima di tornare in mare la tartaruga ha rubato l’occhio dei bagnanti nello stabilimento “Da Giovanni”. Se ne stava nella sua vasca di acqua salata mentre bambini e genitori la fotografavano incuriositi. Allo scoccare delle 11 due collaboratrici del progetto Tartalife hanno trasbordato la vasca sulla barca a remi di Sandro seguite da uno stuolo di bambini curiosi. Dida è poi stata trasbordata sul motoscafo del ricercatore dell’ISMAR - Cnr, Fabio Grati, che l’ha accompagnata insieme alle collaboratrici Giada Bargione e Silvia Angelini a tre miglia dalla riva, quasi 5 km al largo. Dida non poteva essere liberata in prossimità della spiaggia per la sicurezza dell’esemplare stesso: il basso fondale e la presenza di retine, nasse e attrezzi per la piccola pesca rischierebbero di intrappolarla nuovamente. Tartalife, finanziato con i fondi del programma Life della Commissione Europea, si occupa di ridurre le catture accidentali delle tartarughe marine. «Nelle acque italiane ne muoiono circa 10.000 all’anno e la maggiorparte della pesca accidentale ha luogo proprio nelle acque dell’alto adriatico- spiega Giada Bargione- in queste acque dal basso fondale trovano la loro area di cibo e stanno attaccate sui fondali che sono ricchi di prede. Il problema è che queste profondità coincidono con quelle in cui operano gli attrezzi da pesca». Dida è rimasta intrappolata nella rete di un peschereccio ma al rientro in porto l’equipaggio l’ha consegnata ai ricercatori: «Abbiamo subito visti che stava bene, perché era reattiva. Se si fosse trovata in uno stato comatoso l’avremmo consegnata a un centro di recupero della Fondazione Cetacea di Cattolica. 

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Cosa fare se si pesca una tartaruga

«La tartaruga può restare sott’acqua ma avendo dei polmoni deve riemergere ogni tanto per respirare- spiega la Bargione- se è stata troppo tempo in immersione si deve mettere in posizione obliqua con la bocca rivolta verso il basso per far fuoriuscire l’acqua. La cosa molto importante, se si tiene a bordo, è coprirla con un panno bagnato per contrastare il caldo, questo per un periodo minimo di due ore. Una volta che la tartaruga ha recuperato la sua vitalità può tranquillamente essere rilasciata in mare».
 

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