Strage di Corinaldo, anni di menefreghismo per la sicurezza in discoteca: nuovi indagati

La chiusura dell'inchiesta madre della strage di Corinaldo effettuata dai carabinieri del Nucleo Investigativo di Ancona mette la parola fine sull'indagine e porta a un totale di 19 indagati

Lanterna Azzurra dopo la strage di Corinaldo

Si fa fatica a credere come per anni, dentro la discoteca Lanterna Azzurra, si fossero organizzate feste senza rispettare le più elementari normative di sicurezza o quanto meno provare a seguire i regolari iter amministrativi previsti dalle leggi. Si fa fatica a credere come fino al 2017 i gestori della discoteca non si fossero mai preoccupati di chiedere una banalissima licenza di pubblico spettacolo, a fronte di una Scia (acronimo di segnalazione certificata di inizio attività), che al massimo sarebbe potuta andare bene per una piccola festa in spiaggia con un po’ di musica, non certo per una discoteca tarata per centinaia di persone, dove in passato erano arrivati artisti del calibro di Fedez e, la notte della strage, avrebbe dovuto suonare Sfera Ebbasta, il trapper numero 1 in Italia. Troppe falle. Tanto da ricevere l’”ammonizione” del Prefetto di Ancona, il quale aveva imposto alla proprietà di ottenere dal Comune la licenza di pubblico spettacolo (e non la Scia). Mai arrivata, anzi, dal 2015 in poi avrebbero sempre tirato avanti con licenze stagionali, nemmeno fosse il piccolo bar di un parchetto di periferia. Le grandi serate, come nell’ottobre 2017, quando la Lanterna Azzurra inaugurò la stagione invernale in grande stile, si facevano prima ancora che la Commissione di vigilanza, già convocata, si riunisse per esprimere un parere sullo stato della sicurezza da inoltrare poi al Suap del comune corinaldese. Si fa fatica anche a credere come tutto questo sia stato possibile per anni, senza che gli enti preposti alla vigilanza chiudessero un locale di cui «tutti sapevano e stavano zitti».

I reati e i nuovi indagati, tra cui l'addetto alla sicurezza 

Ora quegli anni di negligenze, tali da non richiedere neppure un qualsivoglia condono edilizio per un immobile rimasto magazzino agricolo, destinato dalla notte dei tempi agli animali e non ai giovani, sono stati ricostruiti dai carabinieri del Nucleo Investigativo di Ancona, guidati dal comandante provinciale Cristian Carrozza (foto in basso a destra). Così la Procura di Ancona, proprio nel giorno in cui la banda dello spray è stata condannata in primo grado, ha chiuso l'indagine madre della strage di Corinaldo. I reati restano sempre omicidio colposo plurimo e lesioni (anche gravissime) plurime, disastro colposo e una sfilza di falsi, ma c’è una novità. Infatti tra i 19 indagati ad aver ricevuto la notifica del 415bis, ci sono 2 nuovi nomi: uno è quello della società Magic Srl che gestiva la Lanterna Azzurra e l’altro è Alessandro Righetti, addetto alla sicurezza dell’uscita S3, proprio quella attraverso la quale sarebbero dovute uscire 1.158 persone (questo il numero definitivo accertato dagli inquirenti) e dove hanno trovato la morte: Benedetta Vitali e Mattia Orlandi di 15 anni, le 14enni Asia Nasoni ed Emma Fabini, Daniele Pongetti di 16 anni e la giovane mamma Eleonora Girolomini di 39 anni. Già, perché, secondo le accuse dei pm Paolo Gubinelli e Valentina Bavai (foto in basso a sinistra), solo alcuni addetti alla sicurezza erano stati addestrati, mentre altri erano privi di licenza prefettizia. Righetti era tra quelli in regola. Tuttavia, sempre secondo le accuse, di fronte alla calca umana in fuga dalla discoteca, sarebbe rimasto inerte: non ha fatto nulla per sollecitare l’intervento del personale di supporto, né per prestare soccorso ai giovani caduti, né per indirizzare verso un’area sicura le persone in fuga e per orientare il personale di soccorso.

Anni di abusivismo e il retroscena dei carichi sospesi 

Ma quello della security è solo uno dei tanti elementi di cui ora dovranno rispondere gli accusati, che si sommano ad anni di allestimenti presunti illegali: bar abusivo, guardaroba abusivo, strutture di contenimento in plexiglas e transenne mai autorizzate, arredi in mezzo a quelle che sarebbero dovute essere le vie di fuga, un palco sproporzionato rispetto ai metri quadrati del locale. E anche tutta una serie di carichi sospesi sulle teste degli avventori come casse, luci, grandi fari, strutture americane di cui nessuno ha verificato i requisiti di sicurezza. Lo avrebbero dovuto fare i vigili del fuoco. E infatti, tra i vari, resta sotto accusa Rodolfo Milani, pompiere componente della Commissione di vigilanza dell'Unione dei Comuni Misa-Nevola, accusato di aver attestato un rispetto delle prescrizioni previste dalla nomativa di prevenzione incendi e di sicurezza antincendio che non c’è mai stato, visto che non c’è traccia delle certificazioni di idoneità di quelle strutture di sostegno. 

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