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Essere genitore dal carcere: «È la prova più difficile che io abbia mai affrontato»

Le testimonianze dei detenuti di Barcaglione. I minori e l’essere donna e madre dietro le sbarre. Tanti temi trattati nel convegno che si è tenuto ad Ancona

Nelle Marche si contano 792 minori presi in carico dall’area penale dell’Ufficio di servizio sociale di Ancona. Di questi, 331 sono stati presi in carico dall’inizio dell’anno. In totale sono appena 12 quelli che presenti nelle carceri minorili di tutta Italia, 138 sono in messa alla prova, 11 hanno misure alternative alla detenzione mentre altri 11 hanno misure caulterale delle prescrizioni e permanenza in casa. I dati di flusso dicono che le Marche rappresentano quasi il 4% della situazione nazionale. Di minori, carcere, situazione carceraria e genitorialità per i detenuti si è parlato oggi ad Ancona nel corso di un convegno dal tema “Diritti dietro le sbarre” che si è tenuto oggi al Ridotto delle Muse. Organizzato dal Garante dei diritti delle Marche, Regione, Ordine degli Avvocati, Camera Penale, Ordine degli Assistenti sociali e Ministero della Giustizia, il convegno ha ospitato anche le testimonianze di due detenuti del carcere di Barcaglione che hanno raccontato al pubblico le difficoltà di essere padri dietro le sbarre. «Sono in carcere da circa 3 anni – ha raccontato il primo - e vivo la condizione di genitore con un figlio di 7 anni: è la cosa più difficile che mi sia mai capitata. Non è che uno non lo vuole fare il padre ma è quasi impossibile, con 8 ore al mese a disposizione, riuscirci, dare l’educazione che vorresti. A Barcaglione abbiamo anche una ludoteca ma il tempo è poco. Il Natale, ci siamo quasi, è il momento peggiore. Quando il bambino ti chiede se tornerai a casa e tu rispondi l’anno dopo e poi l’anno dopo ancora. Mi sono sentito dare del bugiardo. Ci sono momenti in cui il bambino non vuole venirti a trovare e questo ti fa passare le notti sveglio sulla branda. Il male lo abbiamo fatto e paghiamo ma per questi bambini non sappiamo davvero cosa fare».

Detenuto da 5 anni, l’altro chiede un supporto perché «la vera difficoltà è fuori: abbiamo bisogno di più sostegno psicologico per dimostrare ai nostri figli il cambiamento fatto in questo percorso di vita e per imparare a rapportarci con i figli». Al convegno hanno preso parte varie personalità. Il Procuratore generale della Corte di Appello di Ancona, Sergio Sottani, Riccardo Polidoro (responsabile carcere dell’Unione camere penali), Enrico Boaro (responsabile sanità penitenziaria delle Marche), la presidente del Tribunale di Sorveglianza, Anna Bello, il presidente del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, Francesco Basentini. Nel pomeriggio hanno preso parola il direttore generale del Dipartimento Giustizia minorile, Vincenzo Starita, Antonio Crispino, giornalista del Corriere della Sera, oltre a Lia Sacerdote (associazioni Bambini senza sbarre) e Daniela Pajardi, docente di psicologia giuridica all’Università di Urbino. Tra i temi trattati anche la condizione delle donne in carcere: in Italia rappresentano il 4,5% della popolazione carceraria ma la loro vita è ben diversa da quella degli uomini e sono nel 2010 si è iniziato a ragionare su questo dato di fatto. «L’80% delle donne detenute – ha spiegato la Pajardi - ha un disturbo psichico ed è a maggior rischi di atti autolesionistici: serve una formazione della polizia penitenziaria anche riguardo a questi aspetti». In generale nelle carceri marchigiane ci sono 930 detenuti con indici di sovraffollamento preoccupanti. «Le riforme del sistema penitenziario sono importanti  - ha detto in conclusione Andrea Nobili, Garante dei diritti delle Marche e moderatore del pomeriggio al Ridotto – ma se non si portano dietro una serie di servizi rischiano di diventare la bandierina del governo di turno».

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