Assolti dall'accusa di stupro perché la vittima è mascolina: «Giudici vergogna»

Un centinaio di persone ha dato vita a un sit in di protesta davanti alla Corte d'Appello per protestare contro la sentenza choc che fa discutere l'Italia

la manifestazione davanti alla Corte d'Appello di Ancona

«Vergogna, vergogna» o «Sono vecchia, brutta e anche un po' str....». Questo si leggeva in alcuni cartelli delle circa 150 persone che questa mattina si sono riunite in presidio davanti alla Corte d'Appello di Ancona per protestare contro le motivazioni della sentenza, che facevano chiaro riferimento alla mascolinità della vittima, con le quali tre giudici hanno assolto due giovani condannati in primo grado per violenza sessuale. Il presidio, organizzato dalla rete femminista Rebel Network e dal Comitato Marche Pride assieme alle associazioni promotrici Agedo Marche, Arcigay Agorà Esna Consulenze di Genere Onlus, Uaar Ancona, Rete Chegender, Comunitas APS, GAP Urbino, Rebel Network, Amigay, Assist Associazione Nazionale Atlete, Arci Libero Spazio Stay Human, I sentinelli di Ascoli Piceno, Fabriano Arcobaleno, Uisp Pesaro e Urbino, Fabriano Arcobaleno, insieme a Cgil, Cisl e Uil delle Marche e la consigliera di parità per la provincia di Ancona, ha urlato slogan e evidenziato la proprio indignazione. 

Una vicenda venuta alla luce dopo che la Cassazione ha annullato la sentenza assolutoria di secondo grado. «Una simile vergogna in Italia merita, oltre all'annullamento della Cassazione - hanno sottolineato le promotrici del sit in - una risposta collettiva da parte di cittadini, cittadine e associazioni e istituzioni. Il Paese che si riconosce nella Costituzione e nel rispetto tra individui liberi non starà a guardare».

Le reazioni

Parla di «vergogna senza giustificazioni» Meri Marziali, presidente della Commissione pari opportunità della Regione Marche. «Una sentenza indegna - aggiunge - tanto più deprecabile perché emessa da un collegio giudicante, come si apprende dagli organi d’informazione, formato da tre donne. Non è possibile pensare che in Italia la giustizia passi per l’avvenenza o meno di una persona. Se così fosse, ci troveremo al cospetto di una pericolosa regressione dell’intero sistema. I termini usati dal collegio giudicante sono non solo offensivi e mortificanti per tutte le donne, ma determinano un vulnus sul piano dell’etica e lanciano un messaggio pericoloso alle nuove generazioni, già alle prese con una società che infonde poche certezze e, in alcuni casi, sembra annullare anche i traguardi raggiunti». Per Claudia Mazzucchelli, segretaria Uil Marche, «le parole utilizzate sono pietre che si abbattono su percorsi di emancipazione femminile. Si ritorna a fare una valutazione sull'aspetto estetico della donna: non può essere stato stupro perché era brutta e quindi consenziente? E se è bella, allora, forse, è provocante e se l'è cercata? Non possiamo accettare questa involuzione. Reclamiamo il diritto di dire no».

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«Al di là della sentenza di assoluzione - commenta invece Francesco Rubini da Altra Idea di Città - ci troveremo ancora una volta davanti operatori della giustizia che non hanno una competenza e una formazione in grado di orientare le loro scelte, soprattutto in situazioni dove le conseguenze sulla vita delle persone assumono una drammaticità inenarrabile. Esporre la vittima alla vittimizzazione attraverso la colpevolizzazione, la minimizzazione della sofferenza , al biasimo e alla svalutazione (troppo poco avvenente per essere un oggetto di attrazione sessuale) è un processo molto importante sia nella sua proiezione individuale che in quella collettiva. Ritenere che la mancata attrazione sessuale del presunto stupratore nei confronti della vittima possa rappresentare un elemento a sostegno della mancanza di responsabilità rappresenta una valutazione di estrema gravità oltre che di manifesta ignoranza dei processi psicosociali che sono alla base della rappresentazione stereotipata della violenza sessuale, rappresentazione che ancora una volta tende alla delegittimazione della credibilità delle donne e all’occultamento della violenza».

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