I detenuti "raccontano" il processo ai nazisti: «Cerchiamo normalità, ma lo Stato non aiuta»

Siamo entrati in carcere, nel giorno in cui i detenuti dell’area filtro sono stati attori per un giorno. Abbiamo ascoltato la loro voce e fatto il punto con il Garante dei detenuti Andrea Nobili

Foto di archivio

Chiedono un’altra occasione. Sentono il bisogno di entrare in contatto con un po’ di quella normalità che non appartiene al loro piccolo e ovattato mondo, fatto di sbarre, brande e pochi metri quadrati di spazio. Hanno bisogno di quella normalità per sentirsi un po’ più pronti per quando saranno di nuovo liberi, come quando si mette un piede nell’acqua fredda per abituare il proprio corpo alla diversa temperatura in cui si dovrà far fronte. Sono in attesa del giorno in cui torneranno ad immergersi nella società, al di là delle porte blindate che li separano dalla vita. Per questo ieri i detenuti dell’area filtro del carcere di Montacuto sono stati attori per un giorno. Dopo mesi di prove a fianco dei volontari della Caritas di Ancona, hanno messo in scena “L’istruttoria” di Peter Weiss: un'opera teatrale che, attraverso una narrazione molto dura, racconta il processo a carico di un gruppo di SS e di funzionari del Lager di Auschwitz, che si tenne a Francoforte sul Meno tra il 10 dicembre 1963 e il 20 agosto 1965. Fu il primo processo voluto dal governo tedesco per giudicare le responsabilità del nazismo nella tragedia dell'olocausto. E ieri i protagonisti di questa opera teatrale, sono stati 8 detenuti dell’area filtro della casa circondariale di Montacuto

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La cultura entra in carcere, il giorno della rappresentazione teatrale 

Una giornata importante all’interno di un carcere dove, in passato, sono state denunciate condizioni di abbandono al limite della sopportazione e della sicurezza. Invece oggi il carcere di Montacuto può contare su tanti volontari che ogni giorno aiutano i detenuti a fare un passo alla volta verso quel principio costituzionale che è la finalità rieducativa della pena detentiva. Per prepararli alla reintegrazione sociale. Tra loro c’è Barbara Ulisse, volontaria e giornalista, per la qualei «è stata un’esperienza umana straordinaria perché mi ha insegnato che non ci sono differenze tra chi sta dentro e chi sta fuori ed è stato educativo lavorare con loro per rappresentare un testo così difficile e profondo». Al riadattamento della lettura scenica, oltre a Barbara, ha lavorato Maria Manganaro, giornalista e volontaria: «Noi qui facciamo corsi di italiano e di linguaggio, leggiamo testi e poesie e vediamo anche film ed è proprio dopo aver analizzato la pellicola “Cesare deve morire”, che abbiamo deciso di approfondire l’importanza del ritmo della narrazione di un testo». Nessuna interpretazione o forzatura, i detenuti hanno scelto di affidare alle parole non recitate i fatti e i ricordi del più famigerato dei campi di sterminio, Gli “ospiti” delle voci sono stati seduti a 3 tavoli coperti dai colori del terzo Reich, senza cibo né bevande visto che quella parentesi storica è ancora da digerire. Solo il giudice si muoveva, chiudendo la scena e il pubblico in un cerchio di passi e interrogativi. Un’ora di teatro al termine del quale è scrosciato un sincero e lungo applauso da parte di una piccola platea, formata da curiosi, amici e parenti dei detenuti, volontari, boy scout e, in prima fila, il garante dei diritti dei detenuti della Regione Marche, l’avvocato Andrea Nobili. Entusiasta anche il comandante della Polizia Penitenziaria Nicola De Filippis, che ha detto: «Quando ce l’hanno proposta, abbiamo subito accolto con favore questa iniziativa perché sappiamo bene come i nemici del detenuto siano la solitudine e l’ozio. E’ importante che ci siano il teatro, la lettura e in generale le forme d’arte per riempire gli spazi vuoti e agevolare il reinserimento sociale di queste persone». 

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La voce dei detenuti in cerca di normalità, ma lo Stato non aiuta

Il reinserimento sociale infatti non è solo la funzione verso cui dovrebbe tendere il carcere, ma è anche quello che vogliono davvero i detenuti. Quanto meno è quello che ci hanno detto coloro che stamattina hanno dato vita all’opera del romanziere tedesco. Tra loro c’è Ciro, lui è stato un capo clan  della Camorra, poi è diventato un collaboratore di giustizia, ha scontato 26 anni, gliene mancano 4 e guarda con fiducia al futuro: «Per me parlare con lei in questo momento è un contatto con una normalità che non fa parte di questo posto. Noi stiamo qua dove scontiamo il nostro conto, ma siamo alla ricerca di una normalità che speriamo tanto di trovare una volta usciti di qui, quello che facciamo oggi per noi è un momento di contatto con il mondo esterno di cui vorremmo tornare a far parte un giorno». 

Di quel mondo vuole tornare a far parte anche Esposito, che ha 36 anni e deve scontare diversi anni per furti e rapine. «Sono stato dentro dal 2010 al 2015, poi sono uscito per 11 mesi, in cui non ho fatto niente di male, ho sempre cercato lavoro senza mai trovarlo, nonostante fossi in grado di fare il carpentiere, l’operaio e il muratore. Sì, è vero, mi mancava la patente, ma ogni volta che parlavo con qualcuno, prima mi diceva che il lavoro non mancava, poi  il giorno dopo mi chiudevano la porta in faccia. Secondo me si informavano sulla mia fedina penale e quindi non mi prendevano perché non si fidano. Ma io nelle Marche ho una famiglia, ho 3 figli, il più piccolo di 14 anni e per lui voglio cambiare , noi vogliamo davvero cambiare, ma se di fuori non c’è una speranza come facciamo? Come facciamo se lo Stato non ci aiuta?». 

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Il problema del campo da calcio e della spesa dei detenuti 

Intanto il carcere di Montacuto, da anni, prosegue la sua lotta per cercare di continuare ad apportare miglioramenti alla struttura, sia per il mantenimento di una vita dignitosa per i detenuti, ma anche per una condizione lavorativa salubre per gli agenti di Polizia Penitenziaria. A differenza di anni fa, oggi la condizione è migliorata, anche grazie all’intervento del Garante Andrea Nobili che, in collaborazione con la Polizia Penitenziaria e la direttrice della casa circondariale anconetana Santa Lebboroni, ha dotato il carcere di una palestra. Costo 12mila euro, provenienti direttamente dall’Ufficio regionale. Ma ci sono ancora molte cose da migliorare. Su tutte il campo da calcio che risulta oggi inutilizzabile e i prezzi del sopravvitto che continuano a lievitare senza motivi apparenti e che, in passato, aveva portato anche a proteste dei detenuti. Imprese non facili per chi si trova in una regione dove, a seguito degli accorpamenti dei dipartimenti dell’amministrazione penitenziaria, sono stati smantellati gli uffici dei provveditorati regionali. 

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«I prezzi del sopravvitto sono troppo alti a Montacuto e Barcaglione, lo abbiamo già segnalato al Provveditorato regionale per gli istituti penitenziari - ha spiegato Nobili - Nonostante questo non si riescono a trovare misure che riportino i prezzi a livelli di accettabilità. Sono poi prezzi non solo alti, ma in pochissimo tempo aumentano in continuazione, in modo del tutto ingiustificato, da parte della stessa ditta che fornisce il vitto. Ma sono prezzi che devono essere studiati per capire se tutto questo avviene nel rispetto della correttezza e la regolarità. Valuteremo se sono necessari supplementi di verifica. Poi c’è il problema della sistemazione del campo sportivo, inagibile perché nella zona contingua ci sono dei mattoni che cedono ed è importante intervenire perché il campo da calcio costituisce per i detenuti una valvola di sfogo importantissima». 

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