Cronaca

Cacciato di casa perché gay: «Tentavo il suicidio, ora mi sento veramente “io”»

Un caso che ricorda quello di Malika. Era tornato a casa con i capelli tinti di biondo: «Papà mi disse "Non ho più un figlio, per me sei morto"»

Foto di repertorio

«Io non ho più un figlio, tu per me sei morto, prendi le tue cose e vattene via». La colpa di Florijan davanti a suo papà? Essere tornato a casa con i capelli tinti di biondo dopo aver, qualche anno prima, fatto coming out. Da gennaio scorso il 22enne, cresciuto in una cittadina dell’anconetano, vive definitivamente lontano dalla sua famiglia e a guardare indietro non ci pensa proprio: «L’ultima volta che mio fratello mi ha cercato è stato per chiedermi di togliere dai social tutte le foto in cui comparivano i familiari. Come sto? Meglio rispetto a prima- racconta Florijan- anche se non sto bene economicamente lo sono a livello fisico e mentale, perché ora mi sento davvero “io”». Nel raccontare la sua storia il giovane non nasconde nulla, neppure quei momenti in cui la sofferenza di vivere un’identità che non sentiva sua lo portava in cucina, ad afferrare dei coltelli e a pensare di farla finita: «Sì ci pensavo e lo facevo, poi per fortuna all’ultimo mi fermavo».

«Se sei così non ti vogliamo bene»

«Il primo episodio di omofobia in casa c’è stato quando avevo 13 anni- racconta- chattavo con un amico e mia madre mi disse “se tu sei così, allora noi non ti vogliamo bene”. Quelle parole me le sono praticamente tatuate, sono quelle che mi hanno convinto a restare nell’ombra fino a 19 anni. Finché, cioè, il mio ragazzo aveva fatto outing e vedevo che stava bene con la sua famiglia. Ecco, io volevo solo la stessa cosa. Sapevo che i miei avrebbero reagito male, ma speravo in un cambiamento». La cacciata di casa non è stata un fulmine a ciel sereno e l’episodio della tinta ai capelli, avvenuto l’estate scorsa, è stato solo il clou di una convivenza impossibile. Dal coming out del 2018 al definitivo addio nel 2021, Florijan racconta infatti di aver lasciato casa un paio di volte: «Puntualmente mi contattavano, dicevano di aver capito, di volermi essere di supporto e io tornavo indietro. Poi però ricominciava tutto. Se uscivo, anche per andare a lavoro, mi seguivano per vedere cosa facevo. Non avevo libertà, neppure di vestirmi come volevo. Lo smalto? Assurdo per i miei genitori, si arrabbiavano anche per una maglia con sopra l’arcobaleno. Mi sono sempre sentito insicuro di quello che vivevo- continua il giovane- mi sentivo in colpa e mi chiedevo se ero giusto così o se invece dovevo cambiare. Anche quando non si litigava si respirava comunque un clima di rottura, spesso aspettavo che loro finissero di mangiare per mettermi a tavola, o che andassero a letto prima di rientrare a casa». E fuori casa? Fino all’inizio delle superiori anche la scuola era un inferno: «Mi bullizzavano- racconta- forse i compagni avevano capito che ero gay già prima che ci arrivassi io. Poi mi sono trasferito ad Ancona per continuare gli studi e in città sono stato molto più accettato. I miei amici mi hanno sempre sostenuto». 

Il messaggio 

«Ho scelto di comparire nell’intervista con il mio vero nome perché non voglio più chiudermi. Il messaggio è proprio questo- continua Florijan- la figura principale nella vita sei tu. Il Ddl Zan? Certo che serve, c’è chi odia troppo e l’odio fa male non solo sul fisico. Le parole hanno un peso e occorre una legge che tuteli la diversità, visto che è proprio la “diversità” ad essere “normalità”. A chi è gay, ma anche all’etero, dico di cercare l’amore in sé stessi e negli altri anche se l’amore, paradossalmente, è una delle cose che genera più conflitti. Io sono ciò che sono grazie a tutto quello che ho passato. Nel bene e nel male». 

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