«Non mettiamo le manette, siamo poliziotte e tendiamo una mano alle vittime di violenza»

La dirigente della sezione “Reati contro la violenza di genere e crimini d’odio” della questura spiega come si entra nella mente di una vittima di violenza

Tiziana Maccari

Esistono altri tre mostri che arrivano subito dopo l’autore della violenza sessuale. Si chiamano vergogna, senso di colpa e paura di ritorsioni. A quelli ci pensa l’altra faccia della polizia, diversa da quella impressa nell’immaginario collettivo, fatta di investigatori che hanno un compito specifico e tremendamente delicato: entrare nell’anima della vittima, rassicurarla e sostenerla mentre prova a sconfiggere la paura dell’onta sociale. Lo fanno le agenti della sezione “Reati contro la violenza di genere e crimini d’odio” della Questura che, ad Ancona, sono dirette dall'ispettore Tiziana Maccari. Sono state loro a prendersi cura della 22enne anconetana trovata dalla Polizia mercoledì scorso durante l’irruzione nell’appartamento di via Pergolesi, seminuda e stuprata poco prima da quello che lei stessa ha definito il boss degli spacciatori nigeriani.

Tornare dal mostro

La ragazza conosceva bene quella casa, ci tornava per avere l’ennesima dose di eroina che più volte era stata costretta a pagare con il suo stesso corpo: «Si, sembra un paradosso- spiega la Maccari – ma dobbiamo pensare che chi ha una forte dipendenza dallo stupefacente torna dal soggetto che gliela può ridare appena entra in crisi. La sostanza viene prima di tutto, le violenze che la ragazza ha ricordato nell’arco di 3 o 4 mesi sono capitate 15 volte e lei era sempre sotto effetto della droga». Si, perché l’eroina fa stare bene ma è bastarda, prende il controllo della mente dopo l’escalation che spesso nasce dalla marijuana e quando fa effetto neutralizza ogni difesa: «E’ per questo che non riusciva a reagire quando l’altro faceva quel che doveva fare». La mente del mostro è complessa, quella della vittima di più. Per entrarci serve la chiave giusta anche perché spesso la vergogna è accompagnata dal senso di colpa: «Dobbiamo acquisire la sua fiducia e darle tempo di tirare fuori tutto quello che ha vissuto e che ha dentro. Noi non siamo la polizia che mette in galera, ma quella che aiuta. Lo facciamo aspettando, cercando di entrare in empatia, dando qualche consiglio o, perché no, cambiando discorso. Non è come prendere una denuncia, il tempo lo detta chi è vittima degli abusi. Noi entriamo nella sua vita come amiche, cerchiamo di capire le difficoltà che ha nel raccontare. Spesso quando la polizia ti trova hai un doppio senso di colpa e pensi “ho un lavoro, verrò vista come tossicodipendente”, per questo la nostra prima regola è quella di non avere pregiudizi. La vergogna però va superata, perché dietro quella vergogna c’è un reato con dei colpevoli che devono pagare». A complicare le cose ci si mette anche la paura di tornare là fuori e imbattersi nella vendetta per aver parlato: «Questa ragazza ad esempio cercava di non dire tutto perché c’era il boss, avrà pensato “tutti hanno paura del boss e se sa che ho parlato mi può succedere qualcosa”, è una paura normale quando si conosce il soggetto».  

Il colloquio e il mondo fuori 

Un colloquio dura in media 4 ore in cui gli agenti entrano in "contatto" con la vittima anche scherzando, se la cosa aiuta, oppure raccogliendo un pianto ma mai spogliandosi del ruolo: «le confidenze devono rientrare nell’ambito giuridico, se mi dici che i rapporti non erano consensuali calma, quello diventa reato e noi cerchiamo di farla ragionare anche un po' come facciamo noi, cioè con la legge». Poi però c’è il mondo fuori: «Quando la vittima torna a casa non viene abbandonata c’è un percorso e le si spiega che noi ci siamo sempre, per qualunque cosa a casa però spesso non hanno nessuno che le aiuta e anche per questo non denunciano». Spesso sono le segnalazioni di persone vicine alla vittima a instaurare il primo contatto ma non rende le cose più facili: «Il fatto che la ragazza sia stata trovata in quella casa è stato meglio perché lei si è sentita scoperta, nella vita reale non l’avresti mai collegata al giro dei nigeriani, li frequentava al buio e prendeva la sua dose. Se non avessimo fatto questa irruzione non l’avremmo forse mai vista con i nigeriani e forse c’è una buona fetta di persone che entrano in questo giro e non hanno la consapevolezza delle conseguenze per denunciare». 

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Uscire dal non-luogo

Nella droga spesso si rifugia chi scappa da delusioni amorose e sceglie la piazza di spaccio alle confidenze di un amico perché quello diventa il non-luogo meno doloroso dove vivere l’esperienza. «Spesso chi fa uso di droga sono persone insospettabili, hanno un buon lavoro una buona posizione sociale. A questa ragazza non manca nulla, è una giovane normalissima. L’escalation della dipendenza parte dalla marijuana che oggi trovi anche nelle scuole, poi ti porta all’eroina da cui è difficilissimo uscire se non si è aiutati. Dire “da domani smetto” non funziona, non è come fumare una sigaretta». 
 

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