Cronaca

Permessi di soggiorno in cambio di denaro, sgominato il racket con base ad Ancona

Il pm ha chiesto il rinvio a giudizio di 21 persone accusate di aver messo in piedi una vera e propria organizzazione dedita ad ottenere permessi di soggiorno in cambio di soldi. Un racket che, da Ancona, si estendeva fino a Milano

Palazzo di Giustizia

Potevano ottenere permessi di soggiorno per motivi di lavoro a seguito di fasulle richieste di manodopera da parte di piccoli imprenditori compiacenti. Grazie all’attività investigativa e alla fondamentale testimonianza di due vittime, la Squadra Mobile di Ancona, coordinata dal pm Rosario Lioniello, aveva scoperto un’associazione criminale capace di soddisfare anche 200 richieste di carte di soggiorno ogni anno a partire dal maggio del 2012. Un giro d’affari di milioni di euro che ha portato sotto inchiesta 21 persone (tra italiani e stranieri) per cui ieri, di fronte al Gup Paola Moscaroli, il pm ha chiesto il rinvio a giudizio di tutti. Per 6 di loro l’accusa è di associazione a delinquere finalizzata alla violazione di numerose norme in materia di immigrazione, mentre per gli altri ci sono le sole violazioni delle leggi del T.U. sull’immigrazione. 

Dopo mesi di indagini i poliziotti hanno ricostruito la tela di un vero e proprio racket che sfruttava le difficoltà di migranti pronti a partire, o peggio la disperazione di clandestini già presenti sul suolo italiano e desiderosi di avviare una procedura di emersione. Avevano tutto: i contatti con le reti etniche di immigrati pronti a pagare migliaia di euro pur di arrivare in Italia attraverso la porta sul retro; i datori di lavoro del luogo pronti ad avanzare richieste per l’assunzione di forza lavoro straniera per ruoli stagionali. Ma soprattutto un negozio di alimentari nel centro di Ancona che faceva da base operativa, messo a disposizione da quello che gli investigatori ritiene essere la mente della banda. Il resto era un gioco da ragazzi perché si trattava di passare attraverso le regolari procedure amministrative. Ma il giro arrivava oltre le Marche perché l’organizzazione  era capace di lavorare su piazze come Ravenna, Rimini, Termoli, Perugia, persino Milano. Tutto grazie ad artigiani, ristoratori e albergatori compiacenti che, dietro un compenso che andava da mille a 5mila euro, erano pronti a dichiarare di aver necessità di un lavoratore a termine. Quel lavoratore nella quasi totalità dei casi veniva dal Bangladesh. Ma anche dalla Nigeria, Marocco, Pakistan, Cina. Tutti pronti a pagare anche 15mila euro pur di approdare in Italia.

Il gioco è finito quando due cittadini bengalesi si sono rivolti alla Polizia. Che cosa è successo? Entrambi non hanno ottenuto nulla di quanto promessogli dall’organizzazione e quando si erano resi conto di essere stati raggirati hanno preteso indietro i soldi. Uno è stato picchiato. All’altro è stato intimato di non farsi più vedere altrimenti lo avrebbero ammazzato. Così hanno denunciato tutto alla Polizia. 

DIFESA. Secondo le difese degli indagati, rappresentate dagli avvocati Laura Versace, Gianni Baldoni, Mauro Pellegrini, Massimiliano Orrù, Domenico Liso, Roberto Egidi, Francesca Lazzarini e Pietro Sgarbi ci sono due problemi. Il primo è che le fattispecie di reato sono troppo generiche. Il secondo è la competenza territoriale. Due problemi, due eccezioni sollevate. Su queste, e sulla richiesta di un processo per tutti, si esprimerà il giudice il prossimo 3 luglio .

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