«Una vita tra panico e relazioni sbagliate, la poesia e la psicanalisi mi hanno salvato»

Elena Micheletti è un'insegnante anconetana che ha pubblicato un libro di poesie (Coazione a ripetere) in cui si raccontano i suoi anni vissuti nella paura, superata grazie alla scrittura e la psicanalisi

Elena Micheletti

Il neurologo italiano Rosario Sorrentino, negli anni 2000, fu tra i primi a parlare attraverso i media di un problema tanto sconosciuto quanto diffuso: l’ansia e il panico. In un suo saggio definiva il panico “una bugia del cervello che può rovinarci la vita”. Ed è proprio dopo aver visto rovinata parte della sua vita che Elena Micheletti, anconetana di 33 anni (da compiere ad ottobre) e insegnante di lettere nelle scuole secondarie, ha deciso prima di dichiarare guerra al suo panico rivolgendosi ad uno psicoanalista, poi lo ha raccontato al mondo, pubblicando una raccolta di poesie intitolata “Coazione a ripetere”. L'opera è stata presentata venerdì scorso ad Agugliano, in occasione di evento organizzato dall'associazione La Guglia. Elena, di fronte ad un centinaio di persone arrivate all’ex convento San Francesco intorno alle 21,15, ha presentato la sua opera letterale, edita da Nulla Die, dialogando con la dottoressa Francesca Generi, psicologa, psicoterapeuta specializzata nella terapia di adolescenti e adulti e psicoanalista in formazione. «Questo lavoro nasce dalla passione per la scrittura e la poesia che ho da sempre, unita ad un percorso di psicoanalisi intrapreso 2 anni fa e che sto ancora affrontando. Le 2 cose si sono incontrate perché la scrittura mi ha aiutata nel percorso di psicoanalisi e quest’ultimo è stato importante nella produzione poetica. Ho trovato un forte legame tra loro ed entrambe mi hanno permesso di scrivere questo libro».

Anni di poesie con cui Elena ha sempre comunicato un macigno nero che, altrimenti, non riusciva a tirare fuori.«Senza rendermi conto, mi rimettevo sempre in situazioni di disagio, in relazioni sbagliate. Era palese, eppure continuavo a legarmi alle stesse persone, ricercando sempre gli stessi modelli relazionali che mi facevano del male e si ripetevano ciclicamente. Ho deciso di rivolgermi ad un professionista quando ho cominciato a ritenere impossibile rivivere sempre la stessa cosa con tutti gli uomini incontrati».

Intanto Elena, diventata insegnante dopo una laurea in lettere moderne all’università di Bologna, scriveva, scriveva, scriveva, buttando giù le rime che oggi sono tutte rilegate in un’unico lavoro che parla di panico, ansia, rapporto con le figure genitoriali e sindrome d’abbandono. «Tutte cose di cui ho parlato in analisi, oggi si ritrovano in un libro diviso in 17 capitoli. Ogni capitolo affronta un tema con 2 poesie distinte, una scritta prima dell’elaborazione e una dopo. E’ molto interessante questo anche per me che, a distanza di tempo, ho notato come è cambiata la mia scrittura, il mio approccio ai problemi, gli effetti della psicanalisi che per me, nonostante mi abbia portato a risultati importanti, non è ancora terminata. Sono ancora in un percorso e uno dei temi che non mi hanno mai lasciato è quella della morte che, anche se in modo inconscio, affrontavo già nei miei primi scritti». 

E se si pensa che la giovane scrittrice anconetana è in cura da 2 anni, quando il suo primo attacco di panico risale all’età di 9 anni, è chiaro quanta sofferenza sia riuscita a trasformare in arte per un lavoro il cui titolo dice tutto: «Coazione a ripetere è un termine freudiano per cui il paziente tende a tornare sempre in condizioni dolorose perché quello che noi non curiamo tende a tornare. Ad un certo punto ho avuto bisogno di scrivere. Avevo bisogno di comunicare con la mia famiglia perché la radice dei problemi era anche lì, nel rapporto con la mia figura paterna, riuscivo così a parlare di cose impossibili da comunicare oralmente. Ad un certo punto è stato un meccanismo automatico: io voglio parlare con te, lo scrivo, tu lo leggi e così comunichiamo. Per me si riempivano anche dei silenzi diventati pesanti col passare del tempo».

Non è banale che una famiglia accolga con maturità e benevolenza l’idea di una figlia vittima di disagi, soprattutto se questi dipendano proprio dal rapporto con loro. «Anzi è difficile, ma i miei mi hanno accolto molto bene. Sono cose pesanti e pesa anche sapere che sono di dominio pubblico, mi pesa non poterne parlare direttamente per questa difficoltà comunicativa, però sono stata contenta perché i miei mi sono stati vicini, vedo che mi guardano con un grande orgoglio, ci siamo molto riavvicinati ed è anche migliorato il nostro rapporto». 

Questa intimità Elena Micheletti ha avuto il coraggio di regalarla agli altri, non senza momenti di commozione, soprattutto durante la letture di alcune pagine sulle note elettroniche di Alessandro Ravaglia. E oggi ce ne vuole di coraggio per commuoversi e raccontarsi, ancor di più difficile in una società che ci vuole perfetti, come freddi automi, mentre guarda alla psicanalisi come una "medicina per i pazzi". «E’ difficile parlare di poesia e psicologia, ma io non ho mai avuto troppi problemi perché ho sempre parlato molto di me. E’ vero, c’è molta ignoranza. Ti basta pensare che, per molti, “Coazione a ripetere” era diventato “colazione a ripetere” e a volte c’era chi leggeva il titolo corretto e me lo segnalava come fosse un refuso. Ma non è un problema, invece è un problema il fatto che per qualcuno sia un tabù parlare di un percorso psicoterapeutico, eppure le malattie psichiche sono molto più diffuse oggi di ieri. Molti liquidano problemi importanti con frasi di circostanza come “magari è un po’ di stress”, “ ma ce la faccio da solo”. Nella migliore delle ipotesi si pensa che si debba aver vissuto un grave lutto o un trauma per ricorrere all’aiuto di un professionista, ma non è così. A volte basta essere una bambina di 8 anni che vive male situazioni che per altri sono normali o scontate».

Per Elena invece certe cose banali non sono mai state e oggi, anche grazie a quella forza che l’ha portata a guardare in faccia i suoi demoni, è una donna diversa. «Oggi mi prendo molto cura di me stessa, mi rendo bene conto di che cosa mi fa stare bene, tipo stare un’ora in bagno dedicandomi alla cura del mio corpo, quando invece una volta qualsiasi altra cosa era più importante di me e aveva la precedenza. Oggi sono capace di vivere da sola in modo sano, passo bene del tempo con me stessa e vivo bene la mia solitudine. Nella vita non sono sola, ma non ho più paura di starci e passo molto tempo con me stessa, soprattutto da quando ho superato gran parte dei problemi di panico: ho cominciato a guidare in autostrada, sono tornata a nuotare, sono tornata a frequentare luoghi affollati. Sono tornata a vivere».

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Oggi Elena Micheletti è come una fenice risorta dalle ceneri, è un esempio per tutti coloro che vivono ancora nella paura, nell’ombra di una malattia psichica che non va mai giudicata, ma solo ascoltata. «Se avete un disturbo di panico, ve lo dico dal cuore: rivolgetevi ad un professionista senza alcun tipo di vergogna o timore perché stare bene si può. A volte pensiamo di essere destinati a convivere con quella cosa, ma non è vero che il destino è segnato, ci si può liberare di quel peso una volta per tutte e si può tornare a prendere in mano la prorpia vita». 

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