Omicidio di via Crivelli, la fidanzatina in simbiosi con Antonio: condannata a 18 anni

Un duro colpo per la difesa per cui resta la convinzione dell'estraneità ai fatti dell'imputata. Motivo per cui gli avvocati Sfrappini e Pacchiarotti hanno già annunciato tutta l'intenzione di fare appello

Da destra il comandante provinciale dei Carabinieri Stefano Caporossi, il Procuratore Giovanna Lebboroni e il maresciallo Loredano Trovato

Accolta la richiesta dell’accusa. Il Gup ha condannato la fidanzatina di Antonio Tagliata alla pena di 18 anni con l’accusa di duplice omicidio volontario, aggravato dal legame di parentela. Una sentenza pesantissima se si pensa come la richiesta del Procuratore Capo del Tribunale per i Minori delle Marche Giovanna Lebboroni fosse la più alta possibile. Il massimo. Tenendo conto del rito alternativo scelto (abbreviato condizionato), della minore età dell’imputata e della condizione di incensuratezza. D’obbligo attendere le motivazioni del Gup. Ma è plausibile che il giudice abbia accolto in pieno l’idea dell’accusa secondo la quale la minorenne avesse partecipato emotivamente e moralmente, quindi direttamente, all’esecuzione dei genitori. «In una sorta di simbiosi» con Antonio Tagliata, che ha materialmente esploso 9 colpi di semi-automatica contro Fabio Giacconi e Roberta Pierini.

DIFESA. Un duro colpo per l’avvocato difensore Paolo Sfrappini, che ha già annunciato tutta l’intenzione di fare appello: «Non so se hanno creduto alla versione di Antonio Tagliata, ma tanto ha chiesto il pubblico ministero tanto ha deciso il giudice. C’era da metterlo in conto però noi avevano un’altra tesi e avevamo fatto altre richieste. Adesso per la ragazza prosegue la vita condotta fino ad oggi con un percorso psicoterapeutico che non c’entra nulla con il processo e poi cercherà di riprendere una vita normale, andando a scuola, studiando e cercando di riprendere in mano la sua vita. La ragazza non ha detto niente, ha pianto ed è stata allontanata». «I familiari sono sempre stati e resteranno vicini alla ragazza - ha detto il rappresentante legale della famiglia l’avvocato Marco Pacchiarotti - Resta la convinzione dell’estraneità ai fatti della ragazza che si desume in modo chiaro anche dal comportamento dei congiunti».

ACCUSA. Lo ha spiegato anche la Lebboroni in una conferenza stampa immediatamente dopo la sentenza: «Sono state accolte in toto le richieste della Procura. Non solo la ragazza è stata condannata ad anni 18 di reclusione ma è stata ritenuta socialmente pericolosa, per cui è stata applicata una misura di sicurezza che sarà da scontare successivamente alla pena detentiva ed è stata applicata la sanzione accessoria dell’interdizione temporanea dai pubblici uffici per 5 anni. Anche perché per i minori non è prevista l’interdizione perpetua. L’ottica della Procura è stata quella di evidenziare, da tutti i dati processuali a disposizione, il pieno dolo intenzionale in capo alla ragazza, in concorso con Antonio Tagliata. Vedremo poi se quello stesso dolo verrà ritenuto anche nelle motivazioni al dispositivo di condanna».

Dolo intenzionale dunque. Cioè il più alto grado di dolo contemplato dalla giurisprudenza se si esclude la premeditazione. Quest’ultima mai presa in ipotesi dal pm e dai militari del Reparto Operativo dei Carabinieri di Ancona che, guidati dal comandante provinciale Stefano Caporossi, hanno condotto le indagini sull’omicidio. Per gli inquirenti i due ragazzi non progettavano il delitto da tempo e in maniera scientifica, ma quel 7 novembre non si sono incontrati per caso. I fidanzatini killer si sono dati appuntamento in piazzale Europa. Lei sapeva della pistola. Sapeva che era vera. Aveva visto i caricatori. Aveva accarezzato i proiettili. Ma soprattutto, come detto da lei stessa in interrogatorio, aveva messo in conto che Antonio potesse usare quell’arma contro i propri genitori. Una dichiarazione in pieno contrasto con la versione difensiva che vuole la 17enne inconsapevole e desiderosa di ottenere dai suoi un pacifico chiarimento. E poi ci sono le intercettazioni ambientali, fondamentali, in cui Antonio Tagliata, in una condizione insospettabile, ripercorre i fatti con cognizione di causa, facendo riferimento a lei, la fidanzatina che, nel momento del massacro, sarebbe arrivata ad istigarlo. «Spara spara». Avrebbe detto così la ragazzina ad Antonio. Poi la fuga. Quella in cui lei avrebbe subito un blocco psicologico dettato dalla paura per la difesa, inerme, incapace di reagire davanti al massacro dei genitori. Ma per la Procura, se lei non fosse stata in concorso con Antonio, non sarebbe fuggita ma sarebbe rimasta impietrita. Avrebbe gridato e invece non ha detto una parola. Invece di prendere per mano il killer e fuggire con lui, avrebbe avuto l’istinto di soccorrere quanto meno il padre Fabio, ancora vivo, in un lago di sangue, mentre i due scendevano di corsa le scale della palazzina di via Crivelli. 

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