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Sebastiano Dimasi

Sebastiano Dimasi

Pericolo di fuga e inquinamento delle prove, l'indagato resta in carcere

Resta in carcere Sebastiano Dimasi, il muratore indagato per l'omicidio del professore di italiano Alessandro Vitaletti

Sebastiano Dimasi, l'indagato per l'omicidio di Alessandro Vitaletti, il professore di italiano ucciso con 24 coltellate di cui due mortali al cuore, rimarrà in carcere. E' quanto deciso dal Gip del tribunale di Perugia Lidia Brutti, dopo la richiesta avanzata dalla difesa durante la convalida del fermo avvenuta questa mattina. Pericolo di fuga e di inquinamento delle prove, con queste motivazioni il giudice ha respinto la rischiesta della difesa per gli arresti domiciliari (anche con il braccialetto elettronico) avanzata dai legali Enrico Carmenati e Chiara Rizzo, che ora valuteranno se ricorrere al Riesame. L'arma del delitto, a distanza di sei giorni, ancora non è stata ritrovata. Se, come ha dichiarato l'indagato, quell'arma era di Vitaletti, perchè mai l'avrebbe dovuta far sparire?. Dimasi intanto prova a difendersi spiegando di essere stato aggredito per primo e che in realtà si stava difendendo. I carabinieri lo hanno rintracciato domenica scorsa, poche ore dopo il delitto, vicino a Scheggia (in Umbria) dove il muratore originario del sud viveva da anni.

L’AUTOPSIA Ventiquattro coltellate sferrate con furia, di cui due mortali, all'altezza del torace. Lesioni gravissime ai vasi del cuore, tali da provocare una emorragia mortale. E' questo l'esito dell'autopsia eseguita all'ospedale regionale di Ancona sul cadavere del professore di scuole medie, rivale in amore dell'indagato che non aveva mai accettato come sua moglie, da cui si era seprato, si frequentasse con Vitaletti. Avrebbe cercato di difendersi, di pararsi da quei colpi sferrati in pieno giorno, davanti al Bar dello Sport di Sassoferrato, sotto gli occhi attoniti di chi ha assistito all'agonia della vittima e lo ha ritrovato esamine pochi metri più avanti dal punto esatto in cui è stato colpito. Segni inequivocabili alle mani, alle ginocchia, fanno presumere come la vittima abbia lottato fino all'ultimo per difendersi. Una lotta fino allo stremo delle forze.
 

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