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Mercoledì, 5 Ottobre 2022
Cronaca

Omicidio Bruzzese, udienza ad Ancona. La Procura: «Processate i sicari»

L’udienza preliminare per il delitto di Natale avvenuto a Pesaro si è aperta ad Ancona. Due vorrebbero fare l’abbreviato. In video collegamento il pentito da una località protetta

ANCONA – Per prenderli i carabinieri del Ros di Ancona avevano scandagliato un miliardo e mezzo di registrazioni, passando tre anni a spulciare video, celle telefoniche, targhe di auto, mail e il traffico internet. Un lavoro enorme, meticoloso che aveva portato  a dati e prove che ad ottobre dello scorso anno avevano fatto scattare tre fermi, quelli per Francesco Candiloro, 43 anni, Michelangelo Tripodi, 44 anni e Rocco Versace, 55 anni, ritenuti affiliati alla cosca calabrese Crea di Rizzicomi. I tre erano finiti dritti in carcere con l’accusa di omicidio premeditato aggravato dall’associazione mafiosa, porto e detenzione illegale di armi. La Procura distrettuale antimafia di Ancona ha chiesto il processo per il terzetto di sicari, ritenuti gli autori del del delitto di Natale di Pesaro, avvenuto il 25 dicembre del 2028, quello di Marcello Bruzzese, 51 anni, fratello del collaboratore di giustizia Girolamo Bruzzese.

Ieri si è aperta l’udienza preliminare, al tribunale di Ancona, davanti alla gup Francesca De Palma, i pm Daniele Paci e Paolo Gubinelli e la procuratrice Monica Garulli. I presunti assassini del fratello del boss pentito erano collegati via video dai rispettivi carceri. In video collegamento anche Girolamo Biagio, che ha tagliato i ponti con la cosca nel 2003, che si trova in una comunità protetta. Non si è ancora costituito parte civile. L’udienza ha trattato solo questioni preliminari ed è stata rinviata poi al 23 settembre. Due dei presunti sicari avanzeranno richieste di abbreviato, uno proseguirà con il processo ordinario in caso di rinvio a giudizio. 

Candiloro e Tripodi per l’accusa sarebbero gli autori materiali dell'omicidio mentre Versace sarebbe stato il loro complice, li ha aiutati a fare i sopralluoghi e a pianificare l'atto di sangue definito dagli inquirenti “una vendetta trasversale della cosca della Piana di Gioia Tauro”.  Gli uomini del clan avevano agito conoscendo la località protetta dove abitavano i familiari del pentito Girolamo (anche lui a sua volta era già in un luogo sicuro e protetto dove si trova tuttora) e lo avevano atteso sotto casa, in via Bovio, sparandogli un intero caricatore con una pistola automatica calibro 9. L'azione penala da parte della procura distrettuale è stata esercitata a fine agosto.

L’operazione che ha portato il Ros di Ancona, diretto dal maggiore Francesco D’Ecclesiis, ad inchiodare i tre presunti 'ndranghetisti è durata tre anni di accurate indagini. «Che ci trovavamo di fronte ad uno scenario mafioso è stato subito ovvio – aveva spiegato il maggiore D’Ecclesiis nella conferenza stampa che annunciò la svolta sul delitto – occorreva però arrivare alle prove. In tre anni gli uffici hanno vagliato un miliardo e mezzo di dati di traffico, tra videoregistrazioni, cellulari e web con oltre 600mila mail». «Anche quando pensavamo di averli in pugno – aveva osservato D’Ecclesiis – ci siamo dovuti più volte ricredere perché hanno agito molto abilmente. A febbraio 2019 siamo arrivati ad individuare le auto con cui si erano spostati per Pesaro. Avevamo le targhe quindi pensavamo ‘adesso è fatta’ invece le targhe erano state clonate». I fermati si erano avvalsi di documenti falsi e vari accorgimenti utili ad impedire la propria identificazione.

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