Cronaca

Antartide, la sfida tra i ghiacci del medico anconetano: «La mia storia ai confini del mondo»

Quattro mesi all'interno della base Mario Zucchelli a Baia Terra Nova, all'estremità del mondo. Si chiama Andrea Molesi ed è stato uno dei partecipanti alla XXXIII Campagna Antartica 2017/2018

Quattro mesi tra ghiaccio e cielo, immerso nel gelido deserto che circonda la base italiana "Mario Zucchelli" a Baia Terra Nova in Antartide. E' stata questa la sfida del medico anconetano Andrea Molesi, 43 anni, dal 2008 dirigente medico del reparto di Anestesia e Rianimazione dell'ospedale "Carlo Urbani" di Jesi.

Il viaggio del dottor Molesi è iniziato lo scorso 24 ottobre. Prima la tappa in Nuova Zelanda, poi il trasporto alla postazione italiana Mario Zucchelli per partecipare alla XXXIII Campagna Antartica 2017/2018 come medico dell'Enea, l'Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l'energia e lo sviluppo economico sostenibile. Quattro mesi in una zona, l'Antartide, grande quanto una volta e mezzo l'Europa, con venti fino a 360 km/h e temperature che possono raggiungere i -90 gradi. «Sono stato selezionato dall'Enea - ci racconta - per le mie competenze di anestesista e rianimatore. Infatti all'interno dell'ospedale di Jesi seguo la parte della terapia intensiva e sono uno degli istruttori di rianimazione cardiopolmonare dell'azienda». molesi-2

Dopo aver incentrato la sua attività nella medicina d'urgenza in ambienti impervi, Molesi è diventato medico per il Soccorso alpino italiano e medico della Croce Rossa militare italiana. Poi la decisione di partire per l'Antartide, sostenuta anche dal direttore del reparto di Anestesia e Rianimazione Tonino Bernacconi: «La disponibilità del dottor Bernacconi è stata fondamentale - continua - ed è stato anche grazie a lui che sono riuscito a partire. Per quattro mesi ho lavorato insieme a ricercatori arrivati da tutto il mondo per studiare zoologia, astrofisica, microbiologia, metereologia e tante altre scienze. Il tutto in un ambiente estremo, dove noi medici dovevamo garantire disponibilità 24 ore al giorno, per qualsiasi tipo di intervento. Per fortuna non ci sono stati casi particolari ma solo di routine». Durante la permanenza nella base Molesi ha spiegato cosa si prova a dover affrontare un problema noto in questi ambienti così ostili, ovvero l'isolamento: «Non è semplice, noi eravamo una comunità formata da circa 90 persone. Per fortuna non c'erano tempi morti perchè si doveva lavorare a ritmi molto serrati. Il problema più grande era quello di possibili epidemie che potevano scoppiare all'interno della base, portando a grosse difficoltà. Nei quattro mesi però non ci sono stati casi particolari e la situazione è sempre stata sotto controllo».molesi1-2

Molesi ha raccontato della nostalgia di casa e di come è stato difficile lasciare moglie e figli in Italia. Nel suo sguardo però la fierezza di chi è rimasto gratificato da un'esperienza indimenticabile, che lo ha fatto ulteriormente crescere come professionista: «Far parte di questa spedizione è stata un'esperienza molto positiva - conclude - anche se rimanere lontano dai cari alla lunga è complicato. Un ambiente certamente non facile ma che può darti enormi soddisfazioni. In Antartide ho visto il cielo più bello della mia vita, qualcosa che non si può dimenticare».

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