Cronaca

Mafia, blitz contro il clan Trigila: il figlio del boss arrestato ad Ancona

L'operazione ha portato in carcere tredici indagati, di cui undici accusati di associazione mafiosa e due di estorsione aggravata dal metodo mafioso

Squadra Mobile in azione (foto di repertorio)

PALERMO - Blitz antimafia contro il clan Trigila di Siracusa. I carabinieri del comando provinciale, il Nucleo di polizia economico-finanziaria della guardia di finanza e la polizia hanno eseguito numerosi arresti su disposizione del gip del tribunale a Noto, Avola, Pachino e Rosolini. L'inchiesta, coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia di Catania, ha alzato il velo sugli affari del clan che, avvalendosi della sua forza di intimidazione, ha acquisito il controllo e la gestione di alcune attività economiche diventate, secondo gli inquirenti, "dominanti" nel loro settore: i comparti sono quelli del trasporto su gomma di prodotti ortofrutticoli, della produzione di pedane e imballaggi di prodotti caseari. Tre dei tredici indagati sono stati arrestati dalla squadra mobile di Siracusa grazie alla collaborazione dei colleghi di L'Aquila, Terni e Ancona. Sono stati proprio gli agenti della Squadra Mobile di Ancona ad arrestare il figlio del boss Antonio Trigila, che sta scontando una condanna a 3 ergastoli. Il ragazzo si trovava in carcere in regime di semilibertà, con la possibilità di uscire la mattina per andare al lavoro e rientrare la sera entro le 10. 

L'inchiesta

Nell'inchiesta rientrano anche le informazioni raccolte dalla squadra mobile di Siracusa con l'indagine 'Robin Hood', svolta nel biennio 2016-2018, e dal Reparto operativo dei carabinieri di Siracusa tra il 2016 e il 2017, con l'operazione 'Neaton'. Alle operazioni di cattura hanno partecipato circa sessanta tra poliziotti della questura di Siracusa, del reparto Prevenzione crimine e dei cinofili della Polizia di Stato e carabinieri. La guardia di finanza ha eseguito, inoltre, un sequestro preventivo patrimoniale nei confronti di uno degli indagati. L'operazione ha portato in carcere tredici indagati, di cui undici accusati di associazione mafiosa e due di estorsione aggravata dal metodo mafioso. Secondo gli inquirenti nonostante la lunga detenzione del suo fondatore, Antonio Giuseppe Trigila, e di altre figure di vertice, il clan continuava a operare "grazie al fondamentale contributo dei più stretti familiari del capo, ovvero la moglie e la figlia, nonchè attraverso l'opera di alcuni uomini di assoluta fiducia». Antonio Giuseppe Trigila, quindi, avrebbe continuato a tenere le fila dell'organizzazione dal carcere grazie ai colloqui con i propri familiari. La moglie e la figlia del capo clan, inoltre, «svolgevano il compito di veicolare gli ordini - dicono gli investigatori - non disdegnando di intervenire in prima persona». Tra le attività del clan, che si era imposto nel settore dei trasporti dei prodotti agricoli, anche le estorsioni, l'acquisizione di fondi agricoli per ottenere contributi europei e il traffico di droga. Secondo gli investigatori a guidare il clan nel ruolo di "reggente" all'esterno sarebbe stato Crispino Giuseppe Trigila, poi finito in carcere nel 2018: a lui sarebbe stata affidata la raccolta dei proventi illeciti necessari per il sostentamento del clan e il pagamento degli stipendi alle famiglie degli affiliati detenuti, ma anche la detenzione delle armi, le estorsioni e il traffico di stupefacenti. Taglieggiati anche gli imprenditori che operano nel trasporto merci nel Siracusano e nel Ragusano, costretti a pagare per potere lavorare: tre gli episodi di estorsione ricostruiti dagli investigatori.

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