Jesi: fermato con due machete, ma i curiosi intanto scattavano "selfie"

Il maltempo aveva svuotato in parte le strade, anche se erano una cinquantina i curiosi accorsi - malgrado la situazione di estremo pericolo - alcuni dei quali si erano anche messi in prospettiva per scattarsi dei "selfie" col cellulare

Ha seminato il terrore per le vie del centro di Jesi brandendo due machete lunghi mezzi metro, minacciando di morte chiunque incontrasse sul suo percorso, e solo il coraggio dei Carabinieri – fra cui il Capitano Mauro Epifani, colpito di striscio – e degli agenti di polizia intervenuti ha permesso di evitare lo scenario peggiore, fermandolo dopo averlo ferito di rimbalzo ad una gamba con un colpo sparato in terra.
Ma non era la prima volta che Omobogbe Precious (nella foto a destra), cittadino nigeriano 25enne, incrociava il suo percorso con la legge: per il giovane quello di lunedì è stato Omogbe Precious-2infatti il quinto arresto in pochi mesi. Il nigeriano è già stato fermato a Bologna, Pistoia, Fossato di Vico e due volte a Jesi: una volta, appunto, lunedì sera, e una volta l'11 agosto, dopo che aveva minacciato la compagna con un coltello e aveva poi aggredito i militari intervenuti.

Ma ecco la ricostruzione dell’ora e mezza di pura tensione vissuta lunedì nel centro della città di Federico II, come ricostruito oggi nel corso di una conferenza stampa cui hanno preso parte il Colonnello Luciano Ricciardi del Comando Provinciale dei Carabinieri di Ancona, il dirigente della Polizia di Stato Antonio Massara e naturalmente il Capitano Mauro Epifani.

LE CHIAMATE DEI CITTADINI. Alle 19 e 25 di lunedì una serie di chiamate al 112 prima e al 113 poi ha segnalato la presenza a Jesi di un uomo di colore armato di coltello, che perso ogni controllo di sé minacciava chiunque incrociasse il suo percorso. Omobogbe Precious, disoccupato di 25 anni, era partito dalla sua abitazione in Viale della Vittoria, dove vive con sua madre, lavoratrice regolare, armato di un coltello da cucina con una lama di 23 cm, inveendo con insulti e minacce in inglese e in italiano, in maniera confusa e violenta.

I MACHETE. Prima che i Carabinieri riuscissero ad individuare con precisione dove si trovasse, il giovane si era portato in via Colocci e raccogliendo un grosso mattone da terra aveva infranto la vetrina dell’armeria “L’Arrotino”, rubato sei coltelli di tipo machete, e alla fine ne aveva scelti due, con 35 cm di sola lama. Il 25enne aveva poi percorso le “scalette della morte” (una storica scalinata del centro) e aveva proseguito la sua corsa fino ad arrivare alla Galleria del Centro Commerciale il Torrione.

I COLPI DI PISTOLA. Nel frattempo le forze dell’ordine, in divisa e in borghese, si erano disposte all’azione e lo avevano individuato, seguendolo passo passo: 14 uomini, 12 carabinieri e 2 agenti, si piazzano lungo il perimetro, e un gruppo di loro si stringe attorno al giovane e lo circonda. Il ragazzo delira in inglese e – poco – in italiano, minaccia di decapitare i militari e gli agenti e invoca il diavolo: a un certo punto si getta contro uno degli uomini che ha costituito il cordone di sicurezza, riuscendo a infrangere la barriera.
Un agente esplode due colpi con la pistola d’ordinanza: due verso l’alto, e uno a terra, che rimbalzando lo colpisce a una gamba, fra la tibia e il perone.

LA FUGA VERSO LA CHIESA. Omobogbe scappa ancora, incurante della ferita, e si dirige all’inizio verso un bar: i carabinieri temono voglia entrare e prendere degli ostaggi, ma per fortuna riescono a metterlo in fuga. Il 25enne continua a correre, sotto la pioggia scrosciante, fino ad arrivare davanti alla Chiesa di San Pietro, in piazza Franciolini, che in quel momento è chiusa. Il nigeriano sale le scale del luogo di culto e si ferma: carabinieri e poliziotti gli sono di nuovo addosso, e il ragazzo ricomincia con le minacce.

Epifani-3LA NEGOZIAZIONE. Nel frattempo sul posto è arrivata anche la madre di Omobogbe , che sarà un elemento fondamentale per l’epilogo della storia. A farsi avanti è il Capitano Mauro Epifani, della Compagnia di Jesi, che ha diretto tutte le operazioni: Epifani (a sinistra), disarmato, si avvicina al ragazzo con sua madre – tenuta al sicuro alle sue spalle: la donna parla con il figlio, cerca di farlo ragionare. Il giovane teme che, se lascia i coltelli, possa essere colpito di nuovo con le armi da fuoco.
Epifani, sempre mettendo in evidenza di non avere nessuna arma, gli si fa incontro mimando il gesto di abbracciarlo, per fargli capire che non potranno colpirlo perché ci sarà lui vicino.

L’ARRESTO. Omobogbe si convince: fa il gesto di posare a terra le armi. In quel momento Epifani e altri due carabinieri si gettano in avanti per placcarlo, ma il giovane è più veloce: riafferra un coltello e sferra un colpo al Capitano, che però è troppo vicino, dunque la coltellata arriva con poca forza e non ferisce il carabiniere, che se la cava con una brutta contusione. Il giovane viene disarmato: anche gli altri due carabinieri vengono colpiti nella lotta per immobilizzarlo, ma solo con calci e pugni.

Ora Omobogbe si trova in stato di arresto all’ospedale di Jesi, dove gli hanno estratto il proiettile dalla gamba. Dovrà rispondere di tentato omicidio, lesioni personali aggravate, danneggiamenti, furto aggravato. In queste ore sono previsti gli esiti degli esami tossicologici per scoprire se fosse sotto l’effetto di sostanze stupefacenti o di alcool.
 

I CURIOSI E I "SELFIE". Come si è detto, solo l’immediato intervento delle forze dell’ordine, il coraggio dei militari e degli agenti intervenuti ha impedito un esito che avrebbe potuto essere ben peggiore. Parziale merito va anche al maltempo, che ha svuotato in parte le strade, anche se erano una cinquantina i curiosi accorsi - malgrado la situazione di estremo pericolo - alcuni dei quali si erano anche messi in prospettiva per scattarsi dei "selfie" col cellulare.

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