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Due settimane in Vespa per raccontare il terremoto: il viaggio di Enrico e Francesco

Hanno affrontato oltre 1.000 chilometri in Vespa per raccontare il centro Italia colpito dal sisma. I due studenti hanno raccontato il viaggio in un libro

Un viaggio in Vespa di 1.300 chilometri per visitare e raccontare in un libro borghi e storie del centro Italia colpito dal terremoto del 2016. Enrico Mariani e Francesco Mazzanti hanno 25 anni, sono anconetani ma studiano a Bologna e nell’aprile di un anno fa hanno deciso di montare in sella alla Vespa del ’78 per guardare in faccia il sisma e quello che ha lasciato. Due settimane lungo l’itinerario Fiastra-Arquata del Tronto-Amatrice fino alle porte dell’Aquila per tastare con mano le macerie di palazzi e vite. Il loro resoconto è finito sulle pagine di un libro intitolato “Sulla schiena del Drago”, edito da Italic PeQuod, presentato sabato al Salone Internazionale del Libro di Torino e che sarà disponibile nelle librerie entro fine maggio. «L’idea è nata perché a quelle zone ci sentiamo vicini ma di cui abbiamo notizie frammentarie solo dai media- racconta Enrico Mariani- noi volevamo entrarci dentro e portare alla luce quelle storie». Non hanno raccontato di eroi: «Al di là dell’esaltazione di chi ce la fa e di chi decide di restare, noi abbiamo anche voluto capire perché e come uno riesce a restare. Abbiamo voluto riscoprire la dimensione quotidiana di quei luoghi».

Diverse le scintille che hanno messo in moto quella Vespa: «Su tutte l’incontro con Armando Nanni, presidente dell’associazione “Laga Insieme” che oltre a promuovere l’escursionismo si è interessata di come aiutare le popolazioni ascoltandone i bisogni» racconta Enrico. Diversi anche gli aspetti del post-sisma che hanno colpito i due ragazzi, in particolare la difficoltà per alcune famiglie e imprese ad accedere ai contributi come quello di autonoma sistemazione, ma anche la situazione delle e nelle Sae: «E’ un ambiente strano quello- racconta Enrico- ognuno ha la sua veranda, c’è poca privacy ma il vero problema è che nei villaggi Sae mancano centri di socialità. In questi posti servirebbe del capitale umano di qualità, che porti valore aggiunto, altrimenti la gente va via e questo porta alla disgregazione. I ragazzi non stanno vivendo la riprogettazione di questi luoghi». Tra le storie raccolte c’è quella di Elena e Benito di Amatrice, che hanno festeggiato le nozze d’oro nella casetta e custodiscono gelosamente la targa regalata dai Vigili del Fuoco, ma anche la vicenda della famiglia Corradini che ad Amandola gestisce una fattoria e un allevamento biologico: «Hanno casa di due piani inagibile ma anche il laboratorio carni e il fienile distrutti. Per il fienile sono riusciti a risolvere con un crowdfunding, ma per il laboratorio hanno avuto diverse vicissitudini e si sono dovuti appoggiare a Sarnano per riprendere l’attività». Proprio dal confronto con i Corradini, Enrico e Francesco hanno percepito l’esigenza di allevatori e agricoltori di unirsi in comitati specifici. 

Resta un’altra domanda. Perché viaggiare in Vespa per oltre 1.000 chilometri? «Perché è un viaggiare lento, la macchina è un ambiente che si mette fra te e quel mondo portandoti a superare ed andare oltre. La Vespa oltre a generare simpatia ti permette di fermarti in vari angoli, di guardarti intorno e di sentirti parte di quell’ambiente. Metti la seconda, viaggi e chiacchieri». L’idea di replicare il viaggio c’è già: «Lo stiamo organizzando, ripartiremo questa estate. La sfida sarà tornare di nuovo in ognuno di quei posti». 
 

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