Venerdì, 17 Settembre 2021
Cronaca

Da Grozny a Beslan, tra Islam ed economia occidentale: il libro di Pierfrancesco Curzi

"Nel Caucaso, da Grozny a Beslan. Reportage dalla provincia dell'impero russo" è il terzo libro del giornalista Pierfrancesco Curzi, che riscrive anche quella parte di verità dimenticata sulla strage di Beslan

Da sinistra Pierfrancesco Curzi e una marcia nell'anniversario delle stragi

Dopo l’esperienza dell’Africa e dei Balcani, è toccato alle repubbliche del Caucaso. Cambia il luogo della ricerca ma resta l’obiettivo principale: cercare di ristabilire una verità storica che rischia di essere relegata alla soffitta del dimenticatoio. Così lo scrittore e giornalista anconetano del Resto Del Carlino e del Fatto Quotidiano Pierfrancesco Curzi racconta il suo viaggio tra la Cecenia e l’Ossezia del Nord. Lo fa con il suo terzo libro: “Nel Caucaso, da Grozny a Beslan. Reportage dalla provincia dell’impero russo”, edito da Infinito Edizioni. Settanta pagine di inchiesta in cui Curzi cerca di riscrivere la memoria storica di un pezzetto di Europa dell’Est, passata con troppa facilità agli occhi dell’opinione pubblica come una guerra inevitabile mossa dalla Russia nei confronti dei fondamentalisti islamici. «Non è così - ha detto Curzi - Le carte e le testimonianze ci raccontano della potenza e della violenza di un governo russo nei confronti di una popolazione inerme, quella civile. Così come la strage della scuola di Beslan, passata come una strage di terroristi ceceni, quando ha invece visto la morte di 334 persone, la maggior parte delle quali bambini e insegnanti, a seguito di un blitz delle forze russe. Quella strage si poteva evitare». Ce lo racconta il giornalista dorico attraverso gli occhi di Georgji, uno degli alunni di quella scuola di cui non si è più saputo nulla. Scomparso dopo lo scontro a fuoco. La bara è rimasta vuota. Curzi ha raccolto anche la testimonianza del padre Tamerlan che da qeul giorno vive per ritrovare il suo Georgji. Nel settembre del 2015, in occasione del  11° anniversario della strage, Curzi era lì ad assistere alle centinaia di candele poste sul luogo dell'eccidio. Vicini il muro del ricordo, tantissime bottiglie piene di acqua, di coca cola e succhi di frutta. «Prima dell’intervento russo, i fondamentalisti ceceni tennero per giorni gli ostaggi a patire la sete - spiega il giornalista anconetano - Chi è sopravvissuto non ha mai dimenticato quella tortura».

Ma siamo già alla fine di un libro che, a differenza di “Stanno tutti bene”, è meno diario del giornalista con lo zaino in spalla e più documento di inchiesta. Concentrato. Diretto alla cronaca. Curzi si è mosso appoggiandosi a contatti personali, spendendo pochi euro per dormire e mangiare. Così è nato un libro che inizialmente doveva essere solo E-book. Poi l’editore ha ritenuto un peccato non mettere nero su bianco un lavoro così lucido. Nel Caucaso, da Grozny a Beslan” ripercorre le tracce, partendo dall’11 dicembre 1994, quando scoppiò la prima guerra, combattuta tra i ribelli separatisti ceceni e le forze federali russe. Poi il secondo conflitto ceceno nel 1999. Il governo fantoccio di Ramzan Kadyrov “fido scudiero”, come lo definisce Curzi, di Vladimir Putin. Il culto della personalità dell’ultimo Zar di Russia Putin. Le testimonianze di chi ha visto i morti ammazzati e i numeri. In tutto 150mila morti, la maggior parte dei quali civili. E ripercorrere l’orma della storia è ancora più dura in un paese che ha cancellato ogni traccia del proprio passato e che tentato di ricreare una nuova verginità di stato islamico attraverso il benessere della prosperità economia occidentale. L’autore del libro ci porta nello stadio della squadra di calcio di Grozny, al cui vertice c'è proprio il presidente Ceceno. In quell’autodromo costruito in nome del padre Kadyrov, guarda caso vittima dei ribelli ceceni. E poi i giovani che vogliono ricominciare e buttarsi alle spalle le sofferenze del conflitto ma senza farci i conti. «La Cecenia fino a 10 anni fa era un cumulo di macerie - prosegue Curzi - Ma se in Bosnia, a 20 anni dal conflitto, ci sono ancora palazzi sventrati e buchi di proiettile nei muri, in Cecenia non c’è più traccia. Ora governa Kadyrov, uomo di Putin amante delle donne e del divertimento. Lui è lì per cancellare le tracce del passato investendo milioni di rubli in un’artificiosa operazione di rinascita, mentre si assicura come i ribelli ceceni non trovino più spazio».

Curzi nel suo libro è sempre e comunque giornalista attento, che guarda alle fonti e ai documenti di cui entra in possesso, senza rinunciare a trarre le sue conclusioni. Si schiera con i Ceceni? «No io non mi schiero. Da cronista appassionato di storia contemporanea parto da zero, mi informo, analizzo e tiro le somme di quello che ho appreso. Tra l’Islam fondamentalista e l’ingerenza della Russia c’era una terza via, quella di una parte della resistenza cecena che non voleva la guerra totale alla Russia ma l’indipendenza. Hanno buttato via tutto. Oggi i giovani vogliono solo dimenticare, è più che lecito e lo fanno proiettandosi in un mondo in cui tutto è possibile, seguendo canoni occidentali, convincendo i turisti che la Cecenia sia un’oasi di nuova pace. Ma lì ci sono ancora i separatisti wahabiti e ora c'è anche il califfato del Caucaso, l'Isis, proprio lì tra Dagestan e Cecenia».

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